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Il ventesimo secolo dell'Eritrea

Quasi mille chilometri a nord di Addis Abeba, in Etiopia, si trova il villaggio di Zalambesa; gli scheletri delle case conducono, lungo la via principale, all'estremità settentrionale dell'abitato dove una sbarra bianca e nera presidiata dall'esercito segna la frontiera che separa il Paese africano da quella che comunemente viene chiamata terra di nessuno.
Trenta chilometri più a nord la strada è nuovamente contrassegnata da uno sbarramento militare: il confine eritreo. Nel mezzo vi sono i battaglioni Indiano, Kenyota e Pakistano delle Nazioni Unite.

Dal 2001, anno in cui ebbe termine il conflitto tra i due paesi, ex colonie italiane, i Caschi Blu monitorano la zona che è da allora considerata ad elevato rischio bellico.

La guerra scatenata dal Governo militare eritreo nel 1999 e conclusa con la sconfitta dello stesso ha lasciato sul campo più di 170.000 vittime ed ha aggravato ulteriormente le condizioni della popolazione eritrea che, negli ultimi dieci anni è stata sottoposta ad una repressione sempre maggiore sotto il governo dell'attuale presidente Issaias Afeworki, soprattutto dopo il 18 Settembre 2001 quando, mentre il mondo puntava il proprio interesse troppo distante dall'Africa, venivano chiusi tutti i mezzi di informazione del Paese ed arrestati gli oppositori politici.

Ad oggi l'economia eritrea è allo sbando a causa della chiusura della maggior parte delle infrastrutture del settore secondario e terziario ad opera del governo, il quale tiene la popolazione segregata in un Paese che a detta di molti non avrà lunga vita.

Fin dal primo mattino lungo le vie di Asmara, la principale città eritrea, la gente prende posto in coda a file di tre, quattrocento metri aspettando il proprio turno per la distribuzione del pane; ad ogni famiglia infatti giornalmente vengono date due pagnotte che dovranno bastare assieme a quel poco che rimane in casa per sfamare l'intera famiglia.

Il pane rimane uno dei pochi alimenti che si riesce ancora a reperire, mentre zucchero e farina sono introvabili. Le pompe di benzina sono senza nafta, la benzina stessa costa più che in Europa, le scuole sono aperte ma gli insegnati non hanno materiale per le lezione, non si costruisce più alcuna infrastruttura, chi vuole vedere finita la propria casa deve pagare il governo, il quale manda i militari ad ultimare la costruzione.

In eritrea tutti gli uomini dai sedici ai sessant'anni hanno l'obbligo di rendere servizio a vita nell'esercito per soli quindici dollari al mese. L'esercito si occupa di mantenere l'ordine, provvede alla manutenzione dei villaggi e delle strade, monitora qualsiasi spostamento tra una città e un'altra, vigila sui carcerati. Le carceri eritree non sono che buche di pochi metri cubi scavate nel terreno, sovrastate da sbarre di ferro, all'interno delle quali i prigionieri vivono come animali, ricevendo poco cibo gettatogli dall'alto, così come per l'acqua, e costretti a raccoglierlo tra la terra e le proprie feci.

Dopo le undici di sera ad Asmara c'è il coprifuoco, i soldati pattugliano la città in cerca di chi, soprattutto i giovani, cerca di fuggire. Fuggire verso sud, il confine etiope, o verso ovest, quello sudanese, per poi mettersi in marcia e dopo giorni di viaggio raggiungere le coste libiche da dove qualche traghettatore, facendosi ben pagare, gli stiperà assieme a tanti altri su di un'imbarcazione che approderà sull'isola di Lampedusa o soccomberà alle acque del Mediterraneo.

I meno fortunati sono preda della polizia libica che li rimpatria in Eritrea dove vengono sbattuti in carcere. Gli stessi famigliari degli emigranti eritrei sono costretti a pagare per la fuga dei figli; gli vengono confiscate le terre e sono obbligati a pagare 2.500 euro. Questo è uno dei tanti drammi del continente africano, ma più di tutti interessa da vicino il nostro Paese: non solo perché i suoi abitanti affollano a migliaia il Centro di Permanenza Temporanea di Lampedusa ma anche perché il nostro Governo continua da anni a tacere, pur essendo ben informato, le violazioni dei diritti umani che vengono perpetrate in Eritrea; lo stesso Presidente eritreo è stato più volte ricevuto dal Premier italiano negli ultimi anni.

Con l'avvicendarsi al vertice del nostro Paese si è però passati dall'accoglienza amichevole di Berlusconi a Porto Cervo alla richiesta di Prodi di cambiare registro, pena la sospensione degli aiuti da parte italiana. Poche sono le voci di denuncia della situazione eritrea anche a causa del silenzio imposto dal governo a tutti i mezzi di informazione non governativi. Pochi sono anche gli internazionali che possono dare notizia di ciò che accade: chi parla rischia l'espulsione, ma c'è anche chi, soprattutto italiani, vive agiatamente con laude paghe statali ed appoggia indirettamente il governo militare di Afeworki.

Molti sono infine quelli che aspettano una presa di posizione a livello internazionale, ma gli unici a muoversi per il momento sono i carri armati eritrei che da alcune settimane si stanno spostando a centinaia verso il confine etiope. Il presagio di una nuova guerra fa riaffiorare alla mente le atrocità di quella combattuta proprio in quel lembo di terra che da Zalambesa si estende verso nord e sul quale giorno dopo giorno si ricostruisce dalle macerie.