Da Gulu in questi ultimi anni non si può tornare senza portare con sè traccia del grande cambiamento che è in atto nel distretto come in tutto il nord Uganda. Un cambiamento che a prima vista potrebbe sembrare come un grosso passo avanti nella vita della popolazione acholi, che per 15 anni ha vissuto rinchiusa in campi profughi privata dei minimi servizi per un essere umano. Oggi tutto è mutato, i profughi sono tornati ad essere cittadini ugandesi, oggi i campi hanno cambiato nome e molte persone hanno potuto tornare alle proprie terre.
A distanza di venti mesi dall'inizio dei colloqui di pace tra il governo ugandese ed i ribelli dell'LRA (Lord Resistance Army) è stato siglato lo scorso mercoledì a Juba, in Sud Sudan, l'ultimo accordo tra le parti. Ora si attende solo la firma della pace finale a cui si potrebbe arrivare già il prossimo cinque aprile. Dopo più di vent'anni di guerra e di atrocità commesse dal gruppo ribelle capeggiato da Joseph Kony a danno della sua stessa gente, gli Acholi, questi colloqui sono un'occasione che tutto il nord Uganda vede come l'unica soluzione possibile per ristabilire una solida pace nel Paese.
Quasi mille chilometri a nord di Addis Abeba, in Etiopia, si trova il
villaggio di Zalambesa; gli scheletri delle case conducono, lungo la via
principale, all'estremità settentrionale dell'abitato dove una sbarra bianca e
nera presidiata dall'esercito segna la frontiera che separa il Paese africano
da quella che comunemente viene chiamata terra di nessuno.
Trenta chilometri
più a nord la strada è nuovamente contrassegnata da uno sbarramento militare:
il confine eritreo. Nel mezzo vi sono i battaglioni Indiano, Kenyota e
Pakistano delle Nazioni Unite.
La strada che da Addis Abeba porta a Gambella, nell'est dell'Etiopia e' un calvario per chiunque ci si metta in marcia, soprattutto per quanti non possono permettersi altro che pagare il biglietto dell'autobus e sono costretti per due giorni a sobbalzare ritmicamente sui sedili di sottile gomma piuma del mezzo che sfreccia, si fa per dire, dall'altopiano circostante la capitale giù verso i 500 metri sul livello del mare della città di Gambella. Ma chi soffre sugli autobus, sia esso di etnia Anwak, Nuer o Highlander è consapevole di quanto più dura sia la vita che lo attende laggiù.
Il Karamoja, arida regione dell’Uganda nord-orientale al confine con Kenya e Sudan, è una delle zone d’Africa dove più ardua è la sopravvivenza. Il territorio è in prevalenza un altipiano tra i 1356 e i 1524 metri s.l.m., costituito fondamentalmente da savana arida, dove la piovosità è di 400-600 mm/anno e la temperatura media è superiore ai 30°C. I Karamojong, popolazione nilo-camitica delle pianure, costituiscono la grande maggioranza degli abitanti del Karamoja (più di 800 mila unità); stanziatisi nella regione durante il XVIII secolo, migrarono dall'Etiopia ed entrarono in contatto con le diversissime popolazioni del sud (del gruppo linguistico del Niger-Congo). Si differenziano pertanto dagli altri ugandesi sia per il ceppo etnico-linguistico a cui appartengono, sia per la loro vita di pastori seminomadi. Il nomadismo dei Karamojong consiste nella migrazione dei clan ogni 2-3 anni alla ricerca di nuovi pascoli; vi è inoltre un nomadismo stagionale, con migrazione degli uomini con gli animali verso i kral (pascoli di montagna) durante la stagione secca.
Tuttavia gioverà al nostro racconto soffermarsi in maniera più ampia sulla figura del Presidente ugandese in quanto negli ultimi vent’anni l’attenzione internazionale si è polarizzata maggiormente su Kony. Questa però non è solo la storia della lotta decennale tra “buoni” (Museveni e il governo ugandese) e “cattivi” (Kony e il suo esercito privato) – anche se come si è detto, di buoni non si può certo parlare – ma è anche la storia recente di un popolo, o meglio di alcune etnie del continente africano che, dopo essere state inglobate in un’unica colonia sotto la potenza inglese, nel 1962 si sono rese indipendenti da essa...
Una trentina di chilometri a sud del parco naturale dell’Isalo, nel sud-ovest del Madagascar, il fiume Ilakaka è testimone di un fenomeno sociologico sempre più frequente nell’isola rossa. Mentre il paese entrava nel XXI secolo senza sfuggire all’estrema povertà, il più piccolo giacimento di pietre preziose che venne alla luce fu l’inizio di una grande e sfrenata corsa all’oro; l’unica differenza è che mentre nel farwest americano si cercava il re dei metalli preziosi, qui ha colpito la febbre blu, quella dello zaffiro. Migliaia di malgasci si sono precipitati in massa intorno al fiume e in qualche mese hanno costruito un villaggio con baracche che sorgevano come funghi; poi è stata la volta di un secondo villaggio, poi di un terzo, e così via.
