CONTROINFORMAZIONE
Cos'è l'informazione e a cosa serve? Cosa vuol dire essere giornalista o reporter e fare informazione? La libertà di stampa è reale o fittizia? E se fittizia qual è la causa di tale deviazione?
Il dizionario della lingua italiana definisce l'INFORMAZIONE come “la trasmissione di messaggi relativi a notizie ritenute utili o addirittura indispensabili per l'individuo o la società”.
Almeno che non si voglia misconoscere la valenza della lingua italiana è palesemente intuibile che parte delle notizie riportate sugli organi di informazione non possono essere definite come informazione, ed ecco che - con una semplice azione come aprire un dizionario e leggere – crolla uno dei pilastri fondamentali di una società, quella in cui noi tutti viviamo, che si definisce “libera e democratica”.
Sono passati 150 anni da quando un giornalista fu per la prima volta un corrispondente di guerra. Il suo nome era William Russel, lavorava per il 'Times' di Londra. A quel tempo Russel scriveva con penna d'oca e calamaio, oggi i giornalisti mandano i pezzi con il satellitare o con il videotelefono. Da allora il ruolo del reporter si è tristemente ridimensionato. L'invio di Russel al fronte era stato incoraggiato dal governo di sua maestà per dar lustro presso l'opinione pubblica inglese a una guerra poco sentita.
E ancora negli anni Sessanta e Settanta del '900, il governo americano aveva appoggiato l'inserimento della stampa nell'esercito; liberi di mostrare ciò che accadeva, i reporter avevano però finito per convincere gli americani dell'inutilità della guerra in corso.
Imparata la lezione oggi i giornalisti sono tenuti sotto controllo, le informazioni sono fornite da fonti vicine al potere – sia esso politico o economico/finanziario - e la nuova figura del giornalista è tenuta a seguire delle regole precise su ciò che può o non può dire e mostrare.
Siamo distanti anni luce dai tempi in cui Tiziano Terzani scriveva il suo diario di guerra da giovane corrispondente pieno di speranza o in cui Oriana Fallaci raccontava ciò che aveva visto in Vietnam senza peli sulla lingua. E più distanti ancora dall'inchiesta di Seymour Hersh che nel 1969 denunciava la strage di My Lai, in cui l'esercito americano uccise 500 civili inermi o da Ryszard Kapuscinski, che tra i cronisti di guerra occupa un posto d'onore.
In tempi più recenti la figura del reporter è stata sostituita dai giornalisti 'tuttofare' che si occupano di aree vastissime, come capita spesso per l'Africa, e i pochi esempi di reporter ancora presenti vengono troppe volte accusati di sbagliare o messi nel dimenticatoio per evitare l'”effetto contagio”; è il caso di Giuliana Sgrena, che si era rifiutata di fare la cronaca della guerriglia irachena dall'hotel Palestine (albergo in cui alloggiavano i giornalisti a Baghdad) e addentrandosi tra la gente era stata sequestrata, o di Abdullah Ali Al-Sanussi Al-Darrat, in prigione dal primo gennaio 1973 - dimenticato dalle autorità e sconosciuto all'opinione pubblica.
Neanche i grandi giornalisti del nostro passato vengono più considerati - se non quando tirano le cuoia - e sono relegati a forza in un angolo, come successo ad Enzo Biagi, o a Indro Montanelli. La speranza di un giornalismo “vero” ci viene forse dalle donne; Anne Nivat reporter francese che ha lavorato in Russia, Cecenia, Iraq e Afghanistan, Maria Grazia Cutuli uccisa nel 2001 in Afghanistan, Amira Hass, unica giornalista israeliana che nel 1997 viveva a Ramallah da dove ha raccontato la vita nei territori occupati; e ancora Anna Politkovskaia che ha seguito le guerre in Cecenia denunciando le violenze dei militari russi e i misfatti di cui la Russia di Putin si è resa colpevole: e per questo è stata assassinata. Ilaria Alpi, uccisa perché inseguiva la verità, la cui famiglia aspetta da tredici anni di sapere chi furono i mandanti dell'assassinio della figlia.
Riportare la verità, non distorcerla e dare adito alla menzogna; dare voce a chi chiede giustizia anche se nessuno vuol sentire quella voce; denunciare le ingiustizie e raccontare le gioie e i drammi della vita quotidiana; portare con sacrificio la responsabilità di raccontare ciò che succede a chi non può essere sul posto. Questi i compiti dell'informazione e di chi fa informazione.
Questo è ciò per cui quasi duemila giornalisti, reporter ed operatori hanno dato la vita dal 1990 ad oggi. Morti perché non dovevano essere lì, perché sapevano troppo, perché scomodi, perché stavano indagando, perché si opponevano al potere, perché credevano che l'informazione dovesse essere sempre a favore di tutti e non al servizio di pochi.
In riferimento al futuro diceva Anna Politkovskaia: “Ci sono due previsioni, una ottimistica e una pessimistica. La pessimistica non viene sbandierata, ma con qualche insistenza ce la si può procurare. E’ quella che mi interessa di più perché costringe a pensare, a spremersi le meningi per cambiare la situazione affinché così non sia, senza restarsene accucciati sotto una foglia in stato vegetativo, in attesa del vento.”
