4/31 dicembre 2008 - CRONACHE AFRICANE

Da oggi e per le prossime cinque settimane pubblichiamo on line i racconti di vita quotidiana che ci sono arrivati da luglio a novembre dalla nostra collaboratrice Eleonora Grandi che si trova in nord Uganda. Sono storie di lavoro a contatto con la popolazione locale che però, oltre al quotidiano, si soffermano anche su aspetti etici e culturali che rendono queste lettere di interesse generale.

CRONACHE AFRICANE - n° 1

di Eleonora Grandi

4 luglio 2008

Non è che subito ci abbiamo dato molto peso. Una specie di elicotterino ci era entrato in casa mentre stavamo cenando ascoltando i Coldplay e stavamo considerando il fatto che mai, in Italia, avremmo ammesso di trovare nello stesso piatto fagiolini, spaghetti in bianco, polpettine e un avanzo di tonno. Il povero animaletto si muoveva come un ossesso sbattacchiando contro le pareti illumninate le pesanti ali, inferendo colpi dolorosi al grasso copricino. A un certo punto ci siamo impietosite, oltre che innervosite. Abbiamo deciso di mettere fine alla sua esistenza. Con un colpo secco di suola sul pavimento di linoleum. Passano due minuti di silenzio. Ci mettiamo a decidere il film da guardare dopo. Improvvisamente rumore di altri elicotterini. Pensiamo siano le compagne venute a rivendicare il cadavere della defunta appena assassinata. Cinque, sei, dieci elicotteri. Immaginando che siano attratte dalla luce in casa, decidiamo di spegnere tutto e di uscire per chiudere meglio le finestre che si sigillano solo dall'esterno.

Ma avvicinandoci alla porta il ronzio si fa frastornante: una nube di centinaia di elcotteri vibra, turbina, sbattacchia contro la nostra luce esterna. Sbianchiamo. Ci sentiamo braccate. Pensiamo a che cosa fare. Pensiamo di spegnere anche il monitor del computer per timore di attacchi. Di uscire non se ne parla proprio. Telefoniamo all'amministratrice del progetto e nostra vicina di casa per capire che cosa sta succendendo, salvo scoprire che lei se ne era fuggita nella casa della dottoressa che se ne sta in un'altra ala del cortile dell'ospedale dove residiamo. Ma mentre davanti alla finestra con il telefono in mano, osserviamo quel mare di elicotteri che minacciosi puntano alle nostre finestre e ci scopriamo sole nella notte, arrivano i rinforzi. Sono in 12. Un uomo, tre giovani donne, un'anziana e sette bambini, armati di due baccinelle, secchielli del detersivo e tazze di plastica.

Senza indugio, sferrano l'attacco. Per quasi un'ora i loro occhi rimangono incollati agli elicotteri, le loro mani si muovono decise verso le pareti per tirare giù i veivoli e ficcarli nei recipienti. La famigliola lavora senza tregua. Dalla bocca della nonna spuntano in continuazione ali d'insetto. Nel giro di poco la baccinella è piena di farfalle che si ribollono semimorte. Una donna si mette a pulire dai sassi, immergendo la mano dentro di loro e setacciandole come fosse riso.

Ieri sera abbiamo assistito all'arrivo delle white ants, le formiche bianche, queste farfalline che si muovo a sciami tra la fine della stagione secca e l'arrivo della stagione delle piogge. Sono innocue. La loro unica colpa è di essere molto saporite. Almeno da quanto ne dicono i locali, che ne fanno incetta come una manna dal cielo. Si friggono, di solito, anche se la vecchia sembrava apprezzarli anche a crudo. Si succhia il corpicino proteico e si sputano via le alucce. Sapevo della loro esistenza, ma non mi era mai capitato di vederle. La famiglia ci ha offerto ripetutamente di assaggiarle. Un bambino mi ha detto che le white ants sono più buone di me, e probabilmente aveva ragione.

Stamattina i tre chilometri di strada che collegano l'ospedale alla strada principale sono disseminate di ali. Lo staff locale del progetto ha lo stomaco soddisfatto e pensa alla bacinella colma che a casa li attende. Un' altra ricetta prevede l'essiccamento delle white ants e la riduzione in crema. Buona da spalmare sul pane.

Succede ad Atapara, Nord Uganda.



CRONACHE AFRICANE - n° 2

di Eleonora Grandi

6 Settembre 2008

Si profila un weekend lungo qui ad Atapara, nel distretto di Oyam: lunedì scorso, all’età di 82 anni, è scomparso Wako Muloki, il Kyabazinga (il re) dei Busoga, il gruppo etnico che popola la zona di Jinja, cittadina situata alle sorgenti del fiume Nilo nel sud del Paese. Il presidente Museveni ha indetto i funerali di Stato. Le celebrazioni si terranno lunedì nella capitale del regno dei Busoga, Jinja per l’appunto.

Lunedì l’ufficio resta chiuso, tutti i dipendenti a casa, anche se la scomparsa del Kyabazinga, emotivamente, non tocca per nulla questa gente di etnia Langi. Di un possibile giorno di vacanza si era già sparsa la voce, la notizia del lutto nazionale era comparsa due giorni fa in un trafiletto sulla prima pagina del Daily Monitor. Nell’ufficio abbiamo appeso un avviso di conferma per lo staff: tra il logo di COOPI e quello dell’Unione europea, annunciamo la scomparsa del re dei Busoga. Buffo.

E così ieri pomeriggio alle quattro si respirava un’aria da inizio delle vacanze scolastiche, con tutti i nostri social workers in subbuglio per organizzare la partenza, chi per Kampala, chi per Lira. Atapara non offre molte distrazioni. Il tempo qui lo si occupa lavorando, e il personale della ONG nella stragrande maggioranza ha famiglia in altre città, in altri distretti. Sono migranti del lavoro questi ragazzi. Lunedì gli uffici pubblici e le ONG rimarranno chiusi perché della morte del Kyabazinga sono stati informati dai giornali. Ma la brulicante economia dei villaggi, asse portante di questa realtà, esclusa dalla stampa e dalla città, annegata in un sotterraneo di sopravvivenza e consuetudine, rimarrà lontana da questo giorno di festa, lontana dalla morte di un re le cui gesta e la cui fama non verranno mai ricordate.

Stamattina mi sono svegliata e sono uscita per fare due passi. L’aria delle otto era terribilmente umida, in alcuni punti la strada di terra battuta si era trasformata in una palude. Era piovuto tutta notte: gli acquazzoni rombavano in cielo per poi placarsi in pioggerellina leggere che batteva e ribatteva sul soffitto di lamiera. Aveva cominciato ieri sera alle 11, in casa per il rumore della pioggia non riuscivamo nemmeno a parlarci.

Ho percorso il solito tragitto, avanti e indietro fino alla strada principale. Ho detto “buon giorno” a una cinquantina di persone incontrate sulla via, la maggior parte uomini e donne in cammino verso i campi, e mi sono fermata a salutare Sara, staff del progetto, che in piedi davanti a casa con lo spazzolino in una mano, la tazza con l’acqua nell’altra e la bocca tutta spumosa di dentifricio, mi ha invitato ad avvicinarmi per fare la conoscenza dei suoi due bambini, un maschio e una femmina. Sara è una certezza: tutte le volte che si passa per di lì fuori dall’orario di servizio, si può stare ceri di avvistare di vedetta le sue forme morbide sulla veranda di casa.

Sulla strada del ritorno, all’altezza del punto più acquitrinoso, ho incrociato una donna che proveniva in direzione opposta. In testa trasportava orizzontalmente la zappa. La donna, scalza, ha schivato senza problemi le pozzanghere e ha proseguito il cammino. Quando è arrivato il mio momento, mi sono fermata un istante per capire dove sarebbe stato meglio mettere i piedi per evitare di scivolare nella fanghiglia rossa. Un po’ di confidenza con la configurazione geologica del terreno dopo la burrasca l’ho acquisita anch’io, e la mia scelta ha avuto successo.

Ho saltato e sono rimasta in piedi. Poi mi sono voltata indietro sapendo quello che avrei trovato con lo sguardo, e infatti la donna era ancora lì, ferma assieme alla sua zappa, intenta a osservarmi. Aveva aspettato che io attraversassi il punto critico prima di riprendere per i campi. Aveva aspettato di vedere se da bianca inesperta sarei stramazzata al suolo o se invece superavo la prova. Mi ha sorriso divertita, ma anche con premura. Io ho ricambiato il sorriso e ho sollevato le mani come per dirle “ce l’ho fatta”.

Giovedì pomeriggio, invece, ho seguito i social workers nell’ennesimo villaggio sperduto nella parte nord del distretto, per l’incontro introduttivo con i leaders della comunità (sindaci, capi clan, catechisti,…) che anticipa e prepara la sensibilizzazione vera e propria sulla violenza di genere della prossima settimana. Come sempre, su settanta partecipanti, tre quarti abbondanti erano uomini, che dalle domande e dalle osservazioni portate hanno chiaramente lasciato intendere che il fatto che la donna sia sottomessa all’uomo non è poi una situazione così terribile.

Anzi. Un capo clan di mezza età ha espresso preoccupazione per questi programmi che vogliono emancipare la donna, il cui risultato finale è quello di cerare disordine nella società, di confondere uno stato delle cose funzionante e funzionale: “voi insegnate i diritti delle donne, ma poi cosa succede? Che le donne rimangono troppo al mercato e i nostri giovani uomini non trovano più mogli da sposare”.

Un altro è intervenuto sulle cause della violenza di genere dicendo che una delle ragioni possibili della violenza è quando la moglie non lava i panni o non soddisfa sessualmente il marito. Un altro, invece, ha difeso pratiche tradizionali ancora largamente diffuse in questi villaggi, come quella che vuole la donna che ripetutamente abortisce o perde i neonati esporsi nuda alla comunità intera e ai suoi insulti, alla pubblica ignominia perché ritenuta responsabile di tale sventura. Vedremo martedì se questi uomini avranno deciso di aiutarci a mobilitare la loro gente o se ci avranno fatto opposizione.

E in tutto questo circo io, seduta sul panchetto di legno fra i social workers, prima bianca in assoluto ad avere varcato i confini del villaggio di Awio, esploratrice senza cappello ma avvolta dall’aureola benedetta dello sviluppo, del progresso e del cambiamento per il bene comune. Fa un effetto considerevole essere “la prima”, carica di una responsabilità che, dati i precedenti storici e i miei dubbi su quello che il progetto sta facendo (che io sto facendo), avrei forse preferito non avere.

Però ieri sera ho capito che quello per cui stiamo lavorando, almeno in una sua parte, un senso ce l’ha davvero. Che il progetto può offrire davvero assistenza a questa gente e servizi che il governo ugandese non ha le risorse e le capacità di garantire. Erano circa le quattro quando da uno dei nostri counselling centres arriva la telefonata di un social worker che si trova davanti il caso di una bambina di due anni e mezzo stuprata da un ragazzino di sedici. È stata la madre di quest’ultimo a denunciare l’accaduto.

Il social worker aveva assistito la bambina e il padre che l’accompagnava, aveva fornito sostegno psicologico e, come vuole il protocollo, doveva portare la bambina da un medico. Entro 72 ore dalla violenza carnale la vittima deve essere visitata da un medico che le possa somministrare la profilassi contro le malattie sessualmente trasmettibili, un contraccettivo d’emergenza e compilare il modulo rilasciato dalla polizia con cui la vittima può eventualmente denunciare il caso e ricorrere in tribunale.

In ospedale mancava l’unico medico: essendo da solo si deve dividere fra la cura dei pazienti e l’amministrazione della struttura sanitaria e quel giorno, infatti, doveva seguire una riunione al distretto. Ci si trovava con le mani legate, impotenti di fronte a un sistema sanitario che, come un colabrodo, tracima mancanza di fondi e di risorse umane, etica professionale e competenza, e che l’unica cosa che sa produrre è un’inutile ed elefantiaca burocrazia dalle regole inconsistenti, bandite dai potenti di turno, sceriffi dal ventre grasso.

Del fatto che si stesse forse decidendo il futuro di una persona di due anni e mezzo a nessuno sembrava importare molto. Dal nostro ufficio abbiamo telefonato a Emanuela, una dottoressa italiana che lavora al progetto, momentaneamente a Kampala. In qualche modo è riuscita a contattare un tecnico di laboratorio che poteva visitare la piccolina e prescriverle i farmaci. Sembrava che tutto fosse finto se non fosse stato che la farmacia dell’ospedale a quell’ora era chiusa. Altro ostacolo. Ci siamo informate se la farmacia dell’ospedale qui all’Aber Hospital fosse aperta e siamo state fortunate.

Abbiamo mandato un autista a prendere la bimba e il padre così che potessero ricevere le medicine. Dopo un po’ sono arrivati, una bambina bellissima, che continuava a nascondere la testa dentro al vestitino sudicio, forse per timidezza, forse perché non voleva più vedere. E il padre, un povero derelitto apparentemente molto distaccato, gli occhi persi nel vuoto, pochi gesti di protezione nei confronti della figlia: capire che cosa passa nella testa di questa gente in tali circostanze non riesco ancora a farlo.

Anche se poi lo abbiamo visto concitato mentre raccontava all’altro autista, che li avrebbe portati indietro, che cosa era accaduto. Secondo la ginecologa tedesca che lavora al progetto non era da escludere che non fosse la prima volta che la bimba subiva violenza. Senza parole. Ci siamo preoccupati che il padre fosse sicuro di come somministrare i farmaci alla bimba e poi li abbiamo salutati mentre in macchina tornavano al villaggio avvolti nella notte. L’unica cosa che possiamo fare adesso è assicurarci che i nostri social workers continuino a monitorare il caso nei prossimi giorni. Poi siamo andate a casa anche noi, con la testa piena di domande, di dubbi, di paure.

Succede ad Atapara, Uganda del Nord.



CRONACHE AFRICANE - n° 3

di Eleonora Grandi

27 Settembre 2008

Per il secondo weekend consecutivo trascorso a Gulu sono stata alla ricerca di qualcuno che probabilmente nemmeno esiste ma che io stessa contribuirò con queste parole e con le altre che verranno a costruire. Identità fugaci, ma non per questo indefinite. Qui come altrove, a Gulu come a casa. Giornate spese per dare la caccia ai “giovani” di Gulu, per una ricerca extra, condotta al di fuori del mio distretto di Oyam, al di fuori del progetto contro la violenza sessuale e di genere di cui mi sto occupando. I giovani li ho trovati, nelle storie particolari e preziose delle persone che ho incontrato in questi giorni.

Ognuno mi ha raccontato un pezzo di storia, la sua, che nel momento stesso in cui prendevo per vera, veniva smentita da quella che l’avrebbe seguita, senza per questo farle perdere il suo valore e la sua verità. Tutte queste storie fanno la storia. Gli occhi di questi ragazzi non arrivano a vedere lontano. Hanno visto troppo e ne sono rimasti accecati. Sono sguardi statici, che come quelli di tutti i ragazzi si rivolgono automaticamente all’altrove, al lontano, quando chiedi loro di pensare al futuro, ma che non si riescono a spingere più oltre dell’ultima capanna a cui l’occhio può arrivare.

Sono sguardi che hanno perso la forza di cercare, sono sguardi stanchi, che si appoggiano al tuo di sguardo e chiedono di essere da esso accompagnati da qualche parte. Qualunque direzione va comunque bene, basta che si cammini, perché da soli la cecità a cui sono stati costretti impedisce il movimento. Oggi pomeriggio le cinque ragazze con le quali ho parlato facevano della musica, della danza e del teatro la loro unica ragione di vita. Alla domanda “qual è per te la cosa più importante?”, nessuna di loro ha avuto dubbi: il teatro.

Cinque su cinque. Se fossi venuta rappresentando un altro progetto, per dire, di attività sportive, sarebbero probabilmente volute tutte diventare delle grandi atlete. Ma stavo lavorando ad altro, alle attività culturali per l’appunto, e allora oggi pomeriggio ho incontrato solo delle attrici. Nel loro villaggio - un posto incantato, appena fuori Gulu, con una vegetazione lussureggiante che brillava sotto il sole del pomeriggio, e nelle foglie ti ci potevi quasi specchiare - io ho portato un’alternativa, una possibilità, che è quello che manca a questi giovani.

Ho portato uno spiraglio di cambiamento, ma in un contesto del genere, in cui on c’è possibilità di scelta per il proprio futuro perché non c’è nulla che si possa scegliere, il solo fatto di essere lì si è trasformato indirettamente in un’imposizione di scelta.

All’età di sedici, diciassette anni queste ragazze sono già arrivate. La strada che hanno di fronte è stata sbarrata. Di nuovo, sono state accecate. Dalla guerra che le ha costrette nei campi profughi per più di dieci anni, che ha portato via uno o entrambi i genitori rapiti e uccisi per mano dai ribelli nella foresta, dalla miseria che ha tolto loro il cibo, l’acqua, i vestiti e poi l’istruzione.

Oggi vivono a Gulu, fuori dai campi profughi, ma la vita è difficile lo stesso, se non di più. Anche se non si deve più fuggire nel corso della notte nel fitto della foresta per ripararsi dall’attacco dei ribelli, anche se non si vive più in un luogo congestionato e insalubre come sono i campi, il villaggio, così bello, così apparentemente tranquillo, è una trappola leopardiana. Queste ragazze, che non sono mai uscite dal distretto di Gulu, che quando la possiedono è solo la radio a tenerle in contatto con quanto succede nel mondo, non si sentono sicure, neanche un po’.

Senza lavoro, senza cibo se non quello che coltivano nel piccolo appezzamento che forse possiedono, senza un diploma, hanno di fronte solo tanta incertezza. Lo spazio in cui ora potrebbero muoversi ha esteso i propri confini geografici, ma in realtà il loro orizzonte esistenziale rimane chiuso entro l’area del vicinato o poco più oltre. Incamminarsi troppo lontano costituisce ancora un pericolo. Ci sono le bombe inesplose dei soldati, sotterrate nei villaggi. Ci sono gli uomini, che come lupi mannari sono pronti ad adescarle appena cala la notte.

E poi c’è ancora la guerra, la guerra che le ha viste nascere e che le sta ancora facendo crescere. Sono due anni che “i grandi uomini”, come qui ci si riferisce a tutte le persone etichettate da cariche e titoli prestigiosi, se ne stanno a Juba, in Sud Sudan, a discutere di pace. Quel tavolo delle trattative continua a rimanere apparecchiato, nessuno sembra volersi alzare. Comodamente seduti, quei big men agli occhi di questi giovani hanno perso di qualsiasi credibilità, ma l’esistenza di questi ragazzi è terribilmente influenzata da questi processi lontani.

L’incertezza che genera una guerra che non si chiude si incarna in queste vite fragili e sottili, che quando ti si aprono lo fanno con un filo di voce appena. Sono nati sotto il segno della guerra e in guerra questi ragazzi lo sono ancora, anche se il governo ugandese ogni giorno sforna un nuovo documento che parla di pace e di ricostruzione, anche se i fondi dell’intervento umanitario non seguono più il canale dell’emergenza, ma quello dello sviluppo. Per certi versi sono vere le parole di un ragazzo, incontrato la scorsa domenica, secondo cui i giovani di Gulu sono molto ben informati su tutto ciò che riguarda il processo di pace, “anche un bambino piccolo ti sa dire che cos’è successo recentemente”.

Fintanto che queste esistenze risentiranno così tanto di questa condizione di incertezza, fintanto che le loro identità saranno manipolate dall’esterno, le parole di quel ragazzo si potranno dire reali. E la guerra, soprattutto, non si potrà dire finita. Per un ragazzo, un maschio, è più facile reagire. In un contesto culturale estremamente sfavorevole per le donne, i ragazzi hanno maggiore libertà di movimento e di sperimentazione di tattiche di vita possibili. Ieri pomeriggio, ad esempio, ho scoperto che un ragazzetto conosciuto la settimana scorsa che a detta di lui era tra i più miseri dei disgraziati, ha in realtà un saloon, come qui vengono chiamati i barbieri.

Niente di impegnativo: una piccola struttura di mattoni, sei metri per quattro come ce ne sono tante, ma con la TV all’interno. Un piccolo business avviato, un’alternativa, che spiega i gemelli brillanti alla camicia, il telefonino e l’auricolare appeso all’orecchio per tutta la giornata. Nel panorama di Gulu questo è tanto. In un paese in cui almeno due generazioni sono andate “perdute” questo è un piccolo successo.

Lo scorso lunedì, la Community Development Manger del Local Council di Gulu (per intenderci, una specie di Assessore alle Politiche sociali) ha definito in questi termini i giovani, “generazioni perdute”. Senza aspettative, senza sogni e senza possibilità. Tanti nel numero, ma senza un tessuto sociale che li sappia raccogliere e far crescere. Frammentati fin dall’inizio, tirati su da una struttura familiare incerta, ricca di persone ma spesso povera di legami, che riproducono a loro volta, diventando prematuramente genitori senza nemmeno saperti spiegare il perché.

O forse un figlio è l’unico segno della propria presenza del mondo che si possa lasciare. I figli “si fanno”, appunto. Qualcosa rimane, la propria persona non è più trasparente, non si è più annullati del tutto dal corso degli eventi, qualcuno, almeno, parlerà di te un giorno. Qualcuno che all’arte ci crede davvero comunque esiste, appunto per ribadire che ogni storia non è mai “la” storia. Oggi una ragazza mi ha detto che il suo impegno nel villaggio per scrivere piccole commedie è volto a educare la gente (gli sketch che compone hanno per tema l’AIDS, l’abuso di alcool, i diritti dei bambini) ma anche a non perdere la propria identità che nell’arte trova espressione e significato.

“Se sono nata Acholi, una ragione ci deve pur essere. Non deve essere solo per caso e io devo coltivare quello che sono”. Non è solo la guerra a costruire questi giovani, c’è anche la cultura. Non è solo il presente immobile a “fare” i giovani, ma c’è ancora tutta la ricchezza di un passato fiero di se stesso che gli anziani vogliono ancora trasmettere alle nuove generazioni per cercare di non smarrirle del tutto. Un passato che rischiara un po’ il futuro e sempre oggi, sempre a Gulu, ho assistito alle danze tradizionali più belle che mi sia mai capitato di vedere qui.

Ma la cosa ancora più importante era osservare i bambini che alle danze non hanno preso parte ma che hanno ballato per tutto il tempo, al di fuori dello spazio scenico, cantando, seguendo il ritmo con i piedini, battendo le mani su tamburi invisibili. Piccolette di due o tre anni che già sperimentavano un intereresse, che già costruivano se stesse. Piccolette che si spera, un giorno, potranno riuscire a vedere più lontano di quanto è stato permesso alle loro giovani, troppo giovani, mamme.

Succede a Gulu, Uganda del Nord.

CRONACHE AFRICANE - n° 4

di Eleonora Grandi

Aber Hospital, 19 Ottobre 2008

Ho imparato a conoscere l’ospedale di Aber in queste due ultime settimane. Tre bambine mi hanno forzata a rompere l’indugio e a entrare nei suoi reparti. Chirurgia per una, maternità per le altre due. Finora ero sempre riuscita a tenermi alla larga dagli ospedali, nonostante la malattia cronica dell’Africa, nonostante i tanti progetti che agiscono sul corpo dell’africano, e i tanti medici mandati qui, i tanti farmaci distribuiti, le tante cliniche riabilitate. La malattia l’ho conosciuta, e anche bene, ma la sono andata a visitare a casa come un paziente curato di campagna.

In questi giorni, invece, le piccole grandi storie che incontriamo nel nostro lavoro quotidiano mi hanno fatto indossare il camice bianco. “Good morning doctor!”, perchè a un bianco in Africa un “doctor” non lo si nega mai. “Good morning to you! But I’m not a doctor…”. Comunque. Ho conosciuto la prima delle “mie” tre piccole pazienti due lunedì fa. Tornavo a casa con i social workers dopo una giornata trascorsa ad Anyeke, il capoluogo del distretto di Oyam, in cui si era tenuto un corso di formazione sulla violenza di genere rivolto alle autorità locali.

Mentre ero in macchina ricevo la telefonata di una delle dottoresse dell’ospedale, che mi chiede se mentre ero in strada potevo passare per la piccola clinica di Aber poco distante da qui. Avevano un caso che non potevano gestire con le pochissime risorse a disposizione, adeguate a situazioni semplici, comuni, ma non alle emergenze. Allunghiamo di qualche chilometro, sentieri sterrati, pozzanghere e qualche ciclista, e arriviamo ad Aber ormai sotto sera: nel vasto prato isolato che accoglie il cuore politico-amministrativo della sub-county (sottounità del distretto), chiusi erano ormai gli uffici del “comune”, chiusa la piccola corte di giustizia, chiuso il nostro counselling centre.

Scendo dalla macchina, quasi temendo che non ci fosse più nessuno nemmeno lì, e mi avvicino all’health centre. In lontananza una sagoma mi si avvicina, mentre abbandonate sui gradini della piccola struttura sanitaria trovo due donne, gli occhi stanchi e sgranati a osservarmi speranzose, senza parole. La più giovane, avvolta in una stoffa di un viola brillante, aveva fermato la mano infilata nel sacchetto di plastica che conteneva pochi pezzi di cassava arrostita, un tubero dal sapore di patata qui molto diffuso che l’altra sua accompagnatrice, sulla sessantina, doveva averle appena portato per cena.

Come mi ha spiegato l’infermiera che nel frattempo ci aveva raggiunte, le due donne erano arrivate in mattinata, dopo aver percorso a piedi una ventina di chilometri. La ragazza, trascinandosi sul bastone che qui è un oggetto destinato ad accogliere solo il peso dei vecchi, conferendo loro sostegno e autorevolezza assieme; una settimana prima si era ustionata dopo che la sorella incidentalmente le aveva rovesciato addosso una pentola d’acqua bollente. Sorpresa dal dolore nel sonno, dentro la piccola capanna mentre dormiva vicino al fuoco, perché sotto i tetti di paglia lo spazio è spesso talmente poco che un solo ambiente li contiene tutti e la camera da letto è anche cucina. Una settimana a casa, senza fare nulla, finché quella mattina avevano deciso che era venuto tempo di mettersi in cammino ed erano arrivate fino ad Aber. La nonna, la nipote e il bastone. Le ho caricate in macchina, la ragazzina investita dal dolore ad ogni passo.

Arrivata all’ospedale, seguendo le indicazioni della dottoressa, ho fatto fermare la macchina davanti alla chirurgia e sono scesa, facendo così cominciare una ricerca ansiosa e insicura, durata cinque frenetici minuti, di qualcuno che mi dicesse che cosa dovessi fare, mentre mi muovevo disorientata nella luce al neon dell’ospedale tra corpi ammassati in terra, odore di medicinale, fumo e sudore. Il cuore in gola, nervosa per la giornata appena trascorsa, problemi vari e la mia mancanza di difesa dentro a quell’ambiente.

Poi ho trovato qualcuno, mentre ero stata fermata da un bambino in sedia a rotelle che in un inglese sorprendentemente buono, mi avrebbe mostrato volentieri la ferita che aveva sulla gamba se non lo avessi fermato in tempo. Perché in fondo, ero bianca. Bianca come il camice del dottore. Bianca come il potere che guarisce. Bianca come la magia buona. L’infermiere che è arrivato invece era nero, mi ha presa e mi ha portata in ambulatorio assieme alla nonna e alla paziente che intanto mi chiedeva come avrebbe fatto con il cibo nei giorni futuri. E mentre trasmettevo al nero camice bianco i pochi dettagli che sapevo di quella storia, il tessuto viola è calato in terra come un sipario, aperto da un’altra infermiera ancora, scoprendo così le ferite aperte, maleodoranti, ormai putrescenti schizzate su tutto il corpo della bambina dal bacino in giù.

In scena quella sera il corpo dell’Africa. La malattia, il dolore. L’intervento che ripara, che risolve, con una dose massiccia di antibiotici. Ma che non cura la fragilità di queste esistenze, che non le ripara da quell’impressione che ho, sempre più forte, sempre più nitida, di trovarmi di fronte ogni giorno a  esseri sospesi nello spazio vuoto.

Esistenze buttate nel mondo per caso, vite di cui ti domandi: ma dov’è il senso? Ho lanciato un ultimo sguardo alla ragazzina che mi ha sorriso, divertita. Ho troncato la frase con l’infermiere e sono scappata fuori, in lacrime. Più tardi sia mio padre che una delle dottoresse del progetto, alle mie lacrime hanno dato la stessa risposta: “Tranquilla, la ragazzina è viva”. Sì, viva. Biologicamente viva. Ma poi?

E poi il sabato è arrivata Agnes, e Agnes è ancora qui almeno fino a domani quando forse si deciderà quale dovrà essere il suo futuro prossimo. Anagraficamente i suoi anni sono quindici, ma un trauma sviluppato in seguito a qualcosa di brutto gliene concede solo cinque. Agnes è bellissima, come il disegno che l’altro giorno ha fatto sulla mia scrivania quando mi è venuta a trovare in ufficio, con la capanna e i bambini attorno. Agnes è stata violentata da uno sconosciuto, perché abusare di lei è semplice, troppo, e chissà in quanti lo hanno già fatto a cominciare dal fratello maggiore con il quale vive, dopo che entrambi i genitori sono stati uccisi dai ribelli dell’LRA.

Da due settimane stiamo tenendo Agnes in ospedale, nel reparto maternità, dove è diventata un po’ la mascotte delle mamme in attesa. Le suore le preparano i pasti, i social workers le hanno regalato due camicette e un paio di scarpe con un po’ di tacco. È per lei il posto più sicuro, adesso: di farla ripartire, di lasciarla rientrare nella capanna col fratello non ci abbiamo proprio pensato. Questo weekend il clan dovrebbe decidere di lei, e sembra che ci sia uno zio ben disposto a prendersene cura. Speriamo. Anche se secondo il clan il fratello maggiore dovrebbe prendersi una moglie: così la smetterebbe di abusare della sorella.

Qui potrebbe rimanere, perché le suore gestiscono anche un orfanotrofio e la ragazzina potrebbe andare a scuola, ma proporremo al clan questa soluzione solo nell’eventualità che quella proposta da loro non metta Agnes al riparo. Nessuno in questi giorni l’è venuta a cercare, nessuno ha preteso di riportarla indietro. Persa anche lei, nello spazio vuoto a galleggiare, nel mondo di Agnes, che chissà che cosa vede da lì o chissà che cosa non vuole più vedere. Ha tirato il sipario, si è voluta staccare dal mondo quando un giorno il mondo l’ha tradita. Solo che non è al sicuro, il sipario non è inespugnabile. Il sipario nel mezzo si apre e il mondo ci si infiltra ancora, e allora lei esce nel mondo e in mezzo al mondo si denuda. Si espone, e tutti la prendono. Agnes l’ha fatto più volte di uscire di casa svestita e di correre, nel cuore del villaggio. Con niente addosso, tranne se stessa.

Agnes è diventata amica di Sarah, che come lei è stata abusata a quindici anni. Sarah, almeno, è arrivata in ospedale con la madre, solo che poi la madre in ospedale ce l’ha pure lasciata anche se la ragazzina era già stata dimessa. Gli ospedali in Africa non sono come in Italia, dove a paziente corrisponde letto e il letto ha una data di scadenza strettamente dipendente al tipo di malattia e al budget millimetricamente previsto per essa. Qui fintanto che c’è una branda abbandonata o spazio per gettare una stuoia in terra, i pazienti possono restare.

Giovedì mattina abbiamo ritrovato Sarah, seduta sui gradini del reparto maternità, in compagnia di Agnes quando tutti noi eravamo certi che avesse ripreso la strada di casa dal lunedì prima (una delle nostre social workers le aveva accompagnate addirittura fino all’uscita del cancello dell’ospedale, e io avevo dato personalmente loro i soldi del trasporto per evitare caos con le ricevute). E invece eccola, con le mani strette sulla pancia a lamentarsi di un dolore al ventre e di nausea, ma senza rifiutare i miei biscotti. L’abbiamo ascoltata e poi visitata, abbiamo pensato a come fare per rintracciare la madre.

Poi i nodi sono venuti al pettine e si è deciso che Sarah doveva tornarsene a casa il più presto possibile. Perché la sua pancia non aveva niente, o meglio, la sua pancia in ospedale trovava qualcosa che a casa non otteneva. Cibo, gratis: in quanto vittima di violenza, il nostro progetto le ha pagato il vitto e le spese mediche. Ecco allora fatta la diagnosi: la madre ha preferito abbandonarla, dove la ragazza avrebbe potuto avere quello che lei non era in grado di offrirle. E poi è arrivata Puzzola. Ha un mese e mezzo, è tutta nera e gli occhi verdi chiari. È strabica e spelacchiata dietro le orecchie. Ma è la micina più bella di tutta l’Uganda.

Da ieri pomeriggio siamo in tre: io, Laura e Puzzola. Nell’ingresso le abbiamo sistemato acqua, latte e pesci secchi assieme alla sua toilette. La facciamo giocare e sentiamo le sue fusa sulle nostre pance. Puzzola è fortunata. La più fortunata di tutte. E questo è davvero assurdo. Succede ad Atapara, Uganda del Nord.

CRONACHE AFRICANE - n° 5

di Eleonora Grandi

Aber Hospial, 26 November 2008

Più diventano i chilometri percorsi, più il cammino mi sembra facile. Gli acquazzoni hanno smesso di scuotere i vetri la notte, le foglie si sono liberate del verde brillante, si sono ricoperte del tono dell’ocra e, senza dare preavviso, hanno preso a cadere dagli alberi dando inizio a una bizzarra quanto straordinaria estate autunnale. Perché fa caldo, tanto caldo. La colonnina di mercurio segna spesso i 40 gradi e avresti sempre voglia di bere. Acqua, acqua, quella che adesso, fino a febbraio, non scenderà più dal cielo. Ma l’Uganda è un paese fortunato: la polvere le riempirà la bocca, le otturerà i polmoni, le tingerà di rosso i capelli solo per pochi mesi e con i granai di chi la terra la possiede pingui del raccolto della stagione precedente. La siccità che affama si ferma al di là dei confini della nazione.

Qui se l’uomo ha fame è per mano del suo simile, non è la natura a volerlo punire. Ma questa è una storia di guerra, di una guerra che ho già raccontato e che forse racconterò ancora, ma non qui, non adesso. Adesso che è quasi Natale e che è venuto il momento di tornare, adesso che mi guardo indietro e mi dico che sì, arrivare quaggiù è stato fin troppo semplice, è stata una discesa morbida, è stato un atterraggio comodo. Ingiustamente comodo. Perché è bastato dirlo una volta che “vado in Africa”, che vado in Africa per l’uomo e non per il leone, è bastata una sola volta per ricevere l’applauso, per sentirsi dire brava, hai coraggio, hai del fegato, e che io al tuo posto non lo farei. Che servono persone come te, laggiù.

I racconti di chi in Africa c’è stato suscitano di solito molto interesse, attirano attenzione. A quell’attenzione ci si mette in mezzo con il proprio bagaglio di storie, storie che è il cuore delle tenebre ad averti raccontato e che sanno sedurre con suoni primordiali e sublimi l’astante. Parole che mettono te al centro di un mondo lontano e disperato, di un mondo bisognoso e disorientato, di un mondo affamato. Affamato di cibo. Affamato di te. Anche se sei indigesto.

Il viaggio allontana spazialmente chi ritorna da chi rimane, distanzia i corpi, e gli sguardi e le esperienze vissute in maniera così netta, a volte, che ritrovarsi in un punto si fa impossibile, che il capire o il farsi capire non riescono mai del tutto. Il viaggio impedisce l’osservazione diretta dell’ascoltatore sul narratore e la critica, il giudizio sul tuo operato si sollevano attraverso i tuoi racconti, le tue interpretazioni che genuinamente spesso mistificano, tradiscono quello che realmente per l’Africa sei stato: un corpo estraneo, un cancro, una crisi allergica e non la medicina per l’uomo che credi (e che fai credere) tu sia andato a salvare

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Perché non basta dire “vado in Africa” per fare la cosa giusta. Tante partenze sarebbe stato meglio che non fossero mai state nemmeno concepite. Non si può dare per scontato che ogni interesse per l’Africa, che da possibilità si trasforma in atto compiuto, sia cosa buona. A tutti i livelli: il singolo, il gruppo, l’istituzione, chi porta i progetti da migliaia di euro e chi i vestiti usati raccolti in parrocchia, chi è un tecnico, un cooperante laureato, chi è un volontario o un missionario.

È per questo che ho paura, che tremo tutte le volte che mi sento dire “brava” perché non voglio essere brava solo perché sono partita, non voglio essere giudicata tale per il solo fatto di essere stata lontano, mesi trascorsi in situazioni meno confortevoli di quelle di casa, perché ho visto la miseria e contro quella miseria ho cercato di fare qualcosa. Tutto questo non basta e se l’Africa muore è anche per via degli apprezzamenti, dei riconoscimenti acritici, immediati, quasi dovuti per chi nel “terzo mondo” ci lavora. Che nell’immaginario comune è sempre santo o eroe, forse un po’ pazzo, ma molto coraggioso nel suo osare fare ciò che la maggioranza sogna soltanto, schierato dalla parte del bene e del giusto, al servizio del debole, del misero, del dimenticato. Che difficilmente avrà il diritto e il potere di replicare alle nostre azioni in questa terra di nessuno.

Perché se nonostante l’azione di questo massiccio esercito di santi taumaturghi le condizioni di questo continente non migliorano, un responsabile ci deve pure essere da qualche parte. E allora i complimenti mi spaventano, perché mascherano e non interrogano il risultato delle azioni, i cambiamenti, gli effetti, i lasciti che ogni intervento umanitario semina.

In due anni e mezzo di frequentazione dei volti d’Uganda ne ho conosciuti parecchi, ognuno col suo modo diverso di osservare, agire, relazionarsi al fare e alla persona. Se questi ultimi sei mesi fossero stati i primi per me, se fosse stata la collaborazione a questo progetto, tecnico e strutturato, di una famosa organizzazione umanitaria italiana ad avermi dischiuso per prima questo Paese, avrei sollevato il solito plauso al mio ritorno ma sarei tornata dall’Africa senza avere capito molto dell’Africa. Quest’anno sono stati i professionisti bianchi della cooperazione, gli “espatriati” ad avermi presentato la “loro” Africa.

Gente che da anni si ammanta di complimenti per il suo scomodo fare, ma che si imbarazza per un invito a pranzo ricevuto da un “locale”, che rifiuta una cena perché servita alle cinque del pomeriggio, che non ha ancora compreso i tempi e le regole di quel rituale che il cibo servito all’ospite incorpora. Gente che respinge l’invito se proviene da un membro dello staff, perché “non si sa mai che cosa poi ti chiederà in cambio”. Gente che “in” Africa ci lavora, ma che “con” l’Africa ha scambiato ben poche parole, ha condiviso ben pochi momenti. Alcuni ottimi professionisti nel loro specifico ambito di competenza, ma incapaci di uscire dal loro baluardo di certezze, di superiore candore.

Sempre quest’anno gli applausi me li sono attirati per avere lavorato con un altro volto dell’Uganda, con l’azione di chi all’Africa si dedica senza grandi competenze tecniche ma con buon cuore, con l’obiettivo di aiutare chi soffre a lenire le sue miserie mosso da amore e da compassione. Qui buone intenzioni anche se poca professionalità, qui tante certezze, anche se elaborate per strade diverse. Qui l’ambizione di aiutare un’Africa che spesso si è solo visto in cartolina, con la quale si comunica poco e male, qui il postulato errato: “Potrei dedicarmi ad altro nel mio tempo libero e invece penso al terzo mondo. Quindi sto facendo cose buone”.

I miei maestri sono stati altri, e se oggi sono quella che sono, se oggi mi impaurisce il complimento, se oggi mi interrogo sugli effetti del mio lavoro qui, lo devo a loro. Volti neri e volti bianchi. Laici o missionari. Una suora comboniana su tutti, Suor Fernanda, arrivata in Uganda quando io sono venuta al mondo. Mi hanno educata alla dialettica rispettosa, all’ascolto vigile, alla condivisione del quotidiano come necessarie pre-condizioni di ogni agire teso al cambiamento. Mi hanno insegnato ad anticipare all’azione la valutazione degli effetti che quella azione può apportare, del cambiamento che può fare scaturire, e ad affrontare gli imprevisti senza imporre il mio pensiero come insindacabile soluzione finale. Mi hanno spiegato che la partecipazione e l’accoglienza si fanno e non si predicano, che qualunque cosa accada le ragioni dell’altro vanno sempre ascoltate perché questa non è la mia casa, io ne sono solo un ospite che, per quanto discreto, rimane sempre tale.

Mi hanno dimostrato che le colpe non sono mai solo nostre, ma neanche sempre loro e che se l’Africa continua a spegnersi è perché tutti la trattano come un grande laboratorio di esperimenti sociali, perché nessun giudice indosserà mai la toga per interrogare e giudicare quanto hai fatto sulla pelle altrui spesso per un’affermazione solo tutta personale. E, prima di tutto, mi hanno insegnato che in Africa si vive e non si lavora soltanto, e che il motore di tutto è sempre l’amore.

Questi sono gli unici maestri che riconosco. Non so se sono stata una buona allieva, l’aver preso parte alle loro lezioni non mi rende di diritto tale. L’Africa non ha bisogno di troppe partenze, basterebbe che chi lo facesse lo facesse in maniera responsabile, critica, umile, e io sono la prima a interrogarmi sulle ragioni e i contributi del mio essere e del mio fare qui. Servirebbero controlli alle frontiere, quote d’ingresso per operatori umanitari, perché non tutti sono pronti per l’Africa e l’Africa non può essere sempre pronta a ricevere tutti, come una grande discarica, perché non è di tutti che l’Africa ha bisogno.