Karamoja - Fratelli in lotta per la sopravvivenza
Tuttavia gioverà al nostro racconto soffermarsi in maniera più ampia sulla figura del Presidente ugandese in quanto negli ultimi vent’anni l’attenzione internazionale si è polarizzata maggiormente su Kony. Questa però non è solo la storia della lotta decennale tra “buoni” (Museveni e il governo ugandese) e “cattivi” (Kony e il suo esercito privato) – anche se come si è detto, di buoni non si può certo parlare – ma è anche la storia recente di un popolo, o meglio di alcune etnie del continente africano che, dopo essere state inglobate in un’unica colonia sotto la potenza inglese, nel 1962 si sono rese indipendenti da essa mantenendo l’unità che dal dominio inglese era derivata, dando così vita alla Repubblica dell’Uganda.
Il nomadismo dei Karamojong consiste nella migrazione dei clan ogni 2-3 anni alla ricerca di nuovi pascoli; vi è inoltre un nomadismo stagionale, con migrazione degli uomini con gli animali verso i kral (pascoli di montagna) durante la stagione secca. La principale attività economica è costituita pertanto dall’allevamento, al quale viene affiancata un’agricoltura di sussistenza basata soprattutto su sorgo e fagioli. L’allevamento gioca un doppio ruolo nella vita della popolazione; da una parte è la principale e quasi unica fonte di sostentamento, dall’altra contribuisce ad aggravare il problema della mancanza d’acqua.
Il primo punto sul quale vale la pena soffermarsi è proprio il raggiungimento dell’indipendenza sotto l’aspetto etnografico. Se l’Uganda infatti ci appare oggi come un unico stato unitario, ciò si deve unicamente alla scarsa attenzione che i media dedicano alla storia ed all’attualità del continente africano.
Dopo la seconda guerra mondiale le pressioni del Kabaka del Buganda, re del regno storicamente più potente ed importante della regione causa la predominanza del suo territorio sugli altri regni componenti il protettorato dell’Uganda, si sono intensificate fino a culminare nel 1953, data della sua deportazione in Inghilterra da parte dell’allora governatore inglese Sir Andrew Cohen. Due anni più tardi al Kabaka fu concesso di rientrare in patria per firmare un accordo in cui si dichiarava che il Buganda avrebbe continuato a far parte integrante dell’Uganda; le ambizioni del suo popolo per una maggior indipendenza e supremazia nei confronti degli altri ugandesi erano però solamente celati sotto l’apparente resa. Tali richieste da parte del popolo del Buganda sono rimaste costanti anche dopo l’indipendenza e dopo la concessione di una certa autonomia al Buganda stesso.
Al Kabaka inoltre venne offerto un ruolo simile a quello di un monarca costituzionale, mentre Capo del governo venne eletto Milton Obote, originario delle etnie del centro-nord Uganda. Trascorsi soli quattro mesi dalle elezioni, Obote sospese la costituzione, depose il Presidente e trasferì a se stesso tutti i poteri esecutivi. Il Kabaka fu costretto nuovamente all’esilio in Inghilterra dove finì i suoi giorni. Il potere di Obote si mantenne stabile, anche grazie al clima violento ed alle detenzioni arbitrarie che caratterizzarono quegli anni. Nel 1971 l’esercito che gli era rimasto fedele per nove anni, lo spodestò e conquistò il potere assoluto.
La leadership passò nelle mani del generale Idi Amin, proveniente dalla regione del nord-ovest, il quale illuse la popolazione con false promesse di un ritorno ad un governo civile e democratico. I sette anni che seguirono furono invece caratterizzati dai capricci di Amin, il quale instaurò un regime di terrore e di repressione sanguinaria, abolì i diritti civili, sospese ogni attività politica e fece perseguire ed uccidere 300.000 persone. Nel 1972 espulse dal paese l’operosa e ricca comunità asiatica, dando così il via ad un forte tracollo dell’economia, e negli anni successivi sperperò tutte le risorse del paese, portando l’Uganda sull’orlo del collasso. Nel 1978, nel tentativo di distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne al paese, il dittatore dichiarò guerra alla Tanzania. Proprio a causa delle pessime condizioni economiche e militari dell’Uganda, l’aggressione si rivelò una disfatta in piena regola; Amin fu costretto a lasciare il paese e si rifugiò prima in Libia e poi in Arabia Saudita.
Museveni si presentò subito come il presidente del popolo e della ricostruzione dello stato dell’Uganda. Cercò di concordare rese, accordi di pace ed amnistie con diverse fazioni di guerriglieri e di restaurare i servizi del paese per garantire una ripresa economica. Fece rientrare il Kabaka e richiamò le comunità asiatiche restituendo loro i beni sottratti. Il suo governo inoltre motivò gli investitori stranieri, attirando così le simpatie dell’Europa e degli Stati Uniti i quali, non molti anni dopo, lo indicheranno come modello dal quale prendere esempio per tutti i Paesi africani. Quel che non viene detto è come Museveni, con la sua politica di ripresa e ricostruzione, intendesse sostenere tali processi solamente nel centro-sud del paese, essendo lui stesso originario di questa regione: come i governi di Obote e di Okello avevano favorito le popolazioni, soprattutto gli Acholi nel nord, così il neo presidente ugandese non solo si occupò di migliorare le condizioni di vita nel sud, ma fu, se non il primo, uno dei principali sostenitori della repressione nel nord.
Pochi mesi dopo le elezioni del 1986 alcune unità dell’esercito fedele al presidente, composte per la maggior parte da milizie del sud, incominciarono a realizzare ogni sorta di oltraggi nei confronti della popolazione civile del nord. Questo fu il detonatore che diede inizio alla nuova ribellione contro il governo di Museveni, il quale, agli occhi di molti, con il passare dei mesi sembrava sempre più assomigliare ad un nuovo regime dittatoriale. Nell’agosto del 1986 dal sud Sudan, dove si erano rifugiati per paura delle ripercussioni dovute al nuovo governo, fecero rientro in patria gli ufficiali di Okello i quali furono inizialmente appoggiati da buona parte della popolazione Acholi. Alla fine dello stesso anno la maga chiamata Alice Lakwena prese il comando di alcune unità di ribelli e diede vita a un gruppo chiamato “Movimento dello Spirito Santo”. Un anno dopo, l’esercito di Museveni soppresse l’avanzata dei ribelli di Lakwena alle porte di Jinja, seconda città del paese. La maga fuggì in Kenya mentre il suo esercito si scioglieva e tornava a Nord per riorganizzarsi.
Nel frattempo accadde un fatto che contribuì all’impoverimento degli Acholi: i Karamojong, una tribù vicina di pastori seminomadi ben fornita di fucili automatici, saccheggiarono per alcuni mesi i villaggi Acholi e uccisero molto bestiame. Qui sorge un dubbio: come sono finite tutte quelle armi automatiche nelle mani di una popolazione di pastori? Le voci più consistenti puntano il dito contro lo stesso governo ugandese, il quale avrebbe fornito le armi ai Karamojong appositamente perché le usassero contro la popolazione Acholi; questa però è un’altra storia.
Con la ritirata dei ribelli ebbe inizio una trattativa tra gli stessi e il governo che culminò nel 1988 con l’incorporamento dei ribelli nell’esercito regolare. Tuttavia un piccolo gruppo facente capo al “Movimento dello Spirito Santo” restò escluso dalle trattative e si riorganizzò sotto il comando di un familiare di Alice Lakwena, Joseph Kony. Ecco ricomposto il puzzle: Nel nord Uganda Kony con il suo esercito che cambierà più volte nome fino a divenire “Esercito di Resistenza del Signore” (LRA); nel centro sud il governo del Presidente Museveni.
Per diciotto anni le vicende di Museveni e Kony si intrecciano e si scontrano; nel 1991 il Governo lanciò una dura offensiva militare e isolò il nord catturando molti oppositori politici; obbligò inoltre i contadini della regione ad unirsi alla caccia dei guerriglieri con qualsiasi arma, dal machete all’arco con le frecce. Le conseguenze di questa decisione furono terribili: infatti, da allora, Kony iniziò una spirale di violenza contro il suo stesso popolo, perché accusato di collaborare con il governo. Anche questa decisione di Museveni è vista da molti come atta a colpire sia l’esercito di Kony, sia la popolazione Acholi.
Nel 1993, dopo quasi due anni di relativa calma, l’”Esercito di Liberazione del Signore” iniziò a ricevere sostegno dal governo islamico del Sudan, con lo scopo di vendicarsi dell’Uganda per l’appoggio prestato a John Garang, leader dei ribelli sudanesi dello SPLA, sotto pressioni statunitensi. L’LRA avviò allora il reclutamento con la violenza dei bambini e delle bambine nei distretti “Acholi” e “Lango” del nord Uganda. In cambio le autorità sudanesi decisero di fornire armi e munizioni e di concedere ai ribelli ugandesi l’utilizzo di basi in territorio sudanese. Negli anni seguenti la spirale di violenza in nord Uganda è continuata quasi senza interruzioni ed il suo governo non ha mai dimostrato serie intenzioni di voler porre un termine a tutto questo.
Dopo l’11 settembre 2001, nel contesto della nuova cornice internazionale, l’LRA è stato dichiarato movimento terrorista così da far piovere sul governo Museveni i dollari americani per l’antiterrorismo. L’anno successivo, il Sudan ha firmato un protocollo in cui autorizzava l’esercito ugandese ad entrare nel suo territorio per distruggere l’LRA: questa operazione ha scatenato una violenza ancora maggiore da parte dei ribelli di Kony, i quali hanno preso d’assalto i villaggi del nord Uganda. Inoltre va ricordato come dietro tutte le buone intenzioni del governo sudanese, lo stesso governo ha continuato ad appoggiare Kony, come del resto ha fatto quello ugandese con Garang, fino al 2005. Proprio nel 2005 Garang muore e poco dopo le trattative con Kony si intensificano: anche qui si avanzano ipotesi sulla morte del leader dello SPLA che vedono coinvolti sia Museveni, sia gli Stati Uniti.
Tutti però si domandano come un esercito come quello ugandese, ben addestrato ed equipaggiato, che ha combattuto per anni in Congo, non sia mai riuscito a sconfiggere alcune migliaia di irregolari stanchi, affamati e sotto l’effetto della droga; ma quel che sorprende di più è come non vi sia riuscito pur intrattenendo, il governo Museveni, ottimi rapporti con quello degli Stati Uniti, e potendo contare molto probabilmente sull’aiuto della CIA. L’unica conclusione che sembra possibile trarre da questi due semplici dati, ma che pare non interessare a nessuno, è un piano ben congeniato che coinvolge sia Museveni ed il suo governo, sia la CIA e gli Stati Uniti, sia i ribelli sud-sudanesi di Garang, e fa pensare che in tutto questo un ruolo importante sia stato giocato dal governo sudanese e perché no, forse anche dallo stesso Kony. Concetti deliranti di qualche pazzo fanatico che vede complotti in ogni dove? Forse no. Al nostro racconto però gioverà ricordare solamente l’effettivo coinvolgimento del presidente ugandese, lasciando gli altri protagonisti un po’ in disparte. Quanto è successo negli ultimi diciotto anni in nord Uganda non è altro infatti che un genocidio programmato atto a ridurre una popolazione all’inettitudine totale e a coprire una lunga lista di traffici illeciti; tale piano è opera di Museveni.
A questo proposito vanno ricordati alcuni avvenimenti ed alcuni dati che danno peso a questa tesi: innanzitutto due punti che, oltre a quelli sopraccitati, riguardano l’ultimo decennio del conflitto: in primis la formazione da parte del governo dell’Uganda di truppe militari locali (Arrow’s Group), composte da milizie di tutte le età, da ragazzini a vecchi, muniti di armi antiquate e senza mezzi di trasporto se non i loro piedi privi di scarpe che, pur avendo il compito di difendere la popolazione civile dagli attacchi dei ribelli, scappavano alla loro vista; il secondo punto riguarda l’invio di truppe da parte del governo nei campi di rifugiati nel nord per la protezione della popolazione in essi stipata: intenzionalmente venivano scelti per questo compito gli uomini che risultavano positivi al test dell’HIV; per i soldati era consuetudine perpetrare violenze sessuali sulle donne e sulle ragazze dei campi profughi: così facendo diffondevano il virus dell’AIDS tra la popolazione. Inoltre va tenuto presente, come accennato sopra, che la guerra nel nord Uganda è servita da copertura al traffico d’armi da Kampala verso i ribelli di Garang in sud Sudan, e ancora come il fratello del presidente, Salim Saleh sia proprietario dei mezzi sui quali arrivano gli aiuti internazionali in nord Uganda e di come questi mezzi consentano la sopravvivenza delle pompe di benzina nelle stesse regioni. Tutto questo fa parte di una vera e propria macchina di illegalità controllata dalla famiglia Museveni e dal suo entourage.
La complessa organizzazione che si snoda tra le poltrone del governo ugandese e le divise dei più alti gradi dell’esercito non solo ha coperto ed agevolato il traffico d’armi verso il sud Sudan, ma si è occupata anche di quello della droga dal Pakistan, di quello dei diamanti e del legname pregiato dal Congo e del controllo sull’economia nazionale. Inoltre la stessa “first family” gestisce molte importanti compagnie di vario genere presenti nel paese in quanto proprietaria delle stesse; tali possedimenti vanno dalle telecomunicazioni (Simu Telephon Booth Company e UTL), agli hotel (Imperial Resort Beach Hotel e Regent View Hotel), dalle banche (Crane Bank) alle compagnie aeree (East African Airlines); inoltre vanno ricordate la Kampala University e il Garden City Shopping Center e molte proprietà in paesi stranieri. In vent’anni le fortune del presidente sono lievitate a dismisura fino a toccare il tetto dei quattro miliardi di dollari.
Naturalmente l’immenso potere di Museveni gli ha permesso di restare alla guida del paese dal 1986 ad oggi grazie al controllo su buona parte delle telecomunicazioni e all’utilizzo della repressione e dell’intimidazione da parte dell’esercito soprattutto durante le campagne elettorali; ma il fattore che più ha giocato a favore della sua conferma ai vertici del governo ugandese è stato ancora una volta la situazione creatasi in nord Uganda. Le popolazioni Acholi e Lango, ostili al presidente, vivono da anni, come ricordato in precedenza, nei campi profughi, dove sono sorvegliati dalle milizie governative; non vi è infatti modo migliore per controllare grandi numeri di persone se non quello di spaventarle e mantenerle nell’ignoranza: nei campi profughi, come detto, i militari perpetrano violenze continue, l’insegnamento è ridotto ai minimi termini e le malattie proliferano a ritmi elevatissimi anche a causa della scarsa igiene data dalla mancanza dei servizi igienici stessi e dal sovraffollamento che si viene a creare. Tutto ciò è accettato dalla popolazione in quanto l’alternativa che gli si prospetta è quella di finire ammazzata dai guerriglieri di Kony qualora decidesse di allontanarsi dai campi.
Il risultato di quest’altro ingranaggio della complessa macchina ugandese, oltre alle migliaia di vittime causate dalle condizioni disumane dei campi profughi, è la sottrazione di un milione e mezzo di persone dai processi decisionali della nazione, in quanto costrette a rimanere all’interno dei campi stessi; in questi luoghi infatti non è previsto l’allestimento di alcun seggio elettorale. Ecco finalmente ricomposto il puzzle. Un presidente, quello ugandese, che grazie all’appoggio di un élite politico-economico-militare all’interno del paese e grazie al sostegno degli Stati Uniti in campo internazionale, da quasi vent’anni fa di tutto per non stroncare la guerra nel nord in quanto principale copertura per i suoi traffici illeciti e principale deterrente per i suoi oppositori. Si è sempre parlato di Kony e dei suoi crimini atroci, ed era la cosa giusta da fare, ma forse sarebbe ora di aprire anche l’armadio del presidente Museveni, e chissà che i cadaveri presenti al suo interno non superino quelli dei massacri di Kony.