OPLÀ!
Non smette di piovere facilmente. Ti ritrovi nuovamente lì, con le dita appoggiate al vetro come un geco su di un muro africano. Scruti. Tenti inutilmente di trovare uno spiraglio di luce tra una goccia e l'altra, ma non ti riesce di intravedere nulla. Nemmeno i fanali delle auto si distinguono più.
Un alone di umidità si va formando sul vetro all'altezza della tua bocca, e sale lentamente; più ti accorgi di non intravedere nulla, più il respiro si fa affannoso, e più il respiro è affannoso, più l'alone sale, sale… D'un tratto non vedi più il riflesso del tuo naso, poi in basso scompare anche il mento, e a poco a poco lo sguardo si offusca, ed allora ti ergi tremulo in punta di piedi, precario come un equilibrista inesperto; e sale l'ansia ed il tuo fiato aumenta, il vetro si appanna sempre più, e ti allunghi verso l'alto avvolto da una paurosa fragilità, e non vuoi, non vuoi…
Ti blocchi. In una frazione infinitamente esile di tempo non puoi più vedere nient'altro che te stesso. Il mondo appare svuotato del suo significato di forme e di colori; solo un ibrido tintinnio risuona alle tue orecchie, e anch'esso, da che pentagramma di note silenti ed acute, si uniforma in un gracchiare persistente. Un ronzio vorticoso ti intorpidisce l'udito; più non senti il ticchettio dell'orologio ed il tempo anch'esso si annulla. Giorni come secondi, anni come ore: niente è più lo stesso.
Le dita dei piedi, in un implorante formicolio, cedono repentinamente; il naso slitta su quel muro di perle d'acqua, le mani e le braccia ancor rigide si risentono e nervi e muscoli, come in un sonno profondo, ciondolano per qualche istante lungo i tuoi fianchi. D'un tratto, l'arcata dentale superiore cozza irrimediabilmente contro chi di rimpetto, e piccole particelle di smalto bianco intrise di saliva, schizzano via dalle labbra, seguite in una rapida discesa da un insulso filamento di carne umana.
Vacilli, prima su di un piede poi sull'altro; la testa ondeggia come una banderuola al vento; ti accompagnano nel tuo movimento strani spasmi mai richiesti e senza una precisa ragione d'esistere. Ti sbilanci un momento all'indietro ma ritrovi, senza averlo previsto, il piede d'appoggio perduto; poi, come folate d'aria, ti trascina prima lontano poi di contro il vetro; vedi la riga lasciata dal tuo naso, ormai deformata, che da verme diventa serpe e senti che a battiti regolari prima ti stringe poi ti lascia la gola, ti stringe e ti lascia la gola…
Mi definiscono pacifista da queste parti, ma io rispondo che ho più rabbia in corpo di venti soldati messi assieme e comunque non credo che agli uomini le mani siano state date per impugnare un kalashnikov". Si è ormai fatto tardi, e come se non bastasse tra poco più di un'ora devo aggiornare il mondo occidentale sull'imminente inizio del conflitto. Ho giusto il tempo per uno spuntino, così, dopo essermi alzato con fatica non indifferente, mi avvicino al mio interlocutore e gli propongo di farmi compagnia anche per la cena.
D'improvviso una folata più forte lancia il tuo corpo bruscamente all'indietro e in un attimo ti accorgi che quell' equilibrio tenacemente cercato è ormai perduto, o forse non è mai stato trovato. Come una saetta che scocca, tutto il tuo essere passato, i tuoi giochi, i tuoi amori, i tuoi sogni ti si parano d'innanzi; piccoli orologi a cucù scandiscono gli anni, mentre fantasmi lontani riaffiorano a stormi, in una voragine di estinta lucidità.
Speranze mai realmente desiderate, orizzonti solo intravisti e un'immagine d'un sogno bambino: tu che cammini sottosopra su quell'esile tela di ragno e a cerchi concentrici ti par come di avvicinarti al suo centro e di allontanarti da esso, con passo incerto e senza via di fuga.
Se l'aria tutt'intorno fosse fatta nient'altro che di pensieri, nel cadere ti adageresti su di essi, e così per l'eternità; ma nulla è come sognato, e il passato è passato; il presente è un tuono assordante che ti avvolge di quel mondo e di quel tempo che credi non ti appartenga; ma anch'esso è tuo, come quei sogni, quei giochi e come tutti quei pensieri; e sei tu, solo tu che a tuo piacimento muovi i fili come un burattinaio ignaro del suo mestiere.
Spasmodicamente contrito il tuo ventre rintocca nella pienezza del baratro che ti circonda. Ancora pochissimi istanti, frazioni troppo sottili di tempo ti separano dal suolo, e par che nulla più possa trapassare il tuo cranio pervaso di sudore in quell'impalpabile attimo. Cos'è tutto questo? Che suono avrà la musica, dopo? E che profumo il vento? E che colore il sole visto da laggiù? E la notte ed il cielo, e la pioggia che melodia comporrà?
Che ingrata esistenza! Ti accorgi troppo tardi di quel ch'è stato e non ti riesce d'immaginare quel che sarà. Persino quello che tu hai creato con le tue mani ed il tuo cuore, come cambierà? Se cambierà sarà stato tutto inutile? O è giusto che anch'esso abbia il suo tempo come noi, come te…
Se a tanta pienezza d'un attimo non corrisponde una vita validamente all'altezza, si può forse dire che ne sia valsa la pena? Se così fosse perché, ora, questa macchina così straordinaria non fa marcia in dietro come nel riavvolgere la pellicola d'un proiettore, e tu rimiri fotogrammi mai apprezzati e lasciati scorrere con indolenza? Chi è quel burattinaio? Sei veramente tu o chi da dietro le quinte ormai ti fa il verso? Si, proprio come a scuola, solo che là, tra i banchi, la tua esistenza prendeva il sopravvento; qui, ora, d'avanti a questo specchio di vita, ti si offusca la vista, le tue labbra si chiudono ed il cervello pian piano si va squagliando in una pozza grigiastra che intride i tuoi capelli e ti lambisce le spalle.
Un fastidio, nient'altro; un interminabile movimento di trivella che scava. Scava sempre più in fondo; scava e scava e penetra negli anfratti più angusti; e cerca. Continua a erodere come l'acqua raspa il suo letto; non si ferma, è un impeto continuo, a tratti regolare; poi aumenta e son rapide, gorghi, salti, e giù, giù dentro a cunicoli come labirinti e poi su e fuori come pozzi artesiani e nuovamente s'infila e riprende l'immonda trivella. Fa buchi.
Buchi da ogni parte. Un mondo pieno di buchi, un'esistenza piena di buchi; e se ci son buchi dov'è l'esistenza? Se il buco è vuoto e il vuoto è nulla, nel nulla non vi è esistenza, quindi è tutta finzione e noi siamo nulla, la pioggia è nulla, e i tuoi occhi non vedono che il nulla, o meglio son nulla essi stessi. L'equilibrio non è mai esistito e tu mai l'hai perduto; e il suolo non c'è; anch'esso è nulla ed il vetro mai più frontiera
E come il nulla, di nulla ti accorgi; come posare il capo su quel giaciglio di morbidi pensieri…disteso. Nell'aria ancor petali rossi si adagiano con dolcezza. Quanta pienezza in un solo attimo; un attimo senza nulla, senza dolore; un attimo invaso dalla pienezza, pienezza di un'esistenza; nulla, solo esistenza.
Fiumi celesti sulle tue braccia scorrono lenti contro corrente, gocce marine giù dai tuoi occhi prendon velocità lungo le guance e spiccano il volo dai tuoi zigomi; e man mano che, come rintocchi di campana rimbombano nell'aria, si posano e inzuppano il suolo, ritrovi quel sentore di pioggia e di vita che hai lasciato dietro quel vetro; ed una flebile speranza, mai perduta, riappare al tuo cospetto.
PFW