Quel giorno non rimasi in silenzio

Si alza lentamente per non dare a vedere la precarietà del suo equilibrio. Se non sapessi che mi ama follemente direi che non può essere altro che una pazza masochista. Come un bambino che muove i primi passi si stacca dalla spalliera del letto e a piedi nudi attraversa la stanza sfiorando con la mano sinistra la parete color rosa pallido. Arrivata alla finestra alza gli occhi. Due sottili feritoie. Palpebre troppo pesanti per potersi sollevare. Pupille che non hanno più bisogno di luce. Riesco a vedere le sue labbra allontanarsi l'una dall'altra e con le mani s'appoggia al vetro protendendo il viso verso gli alberi. Il capo dondola lentamente mentre con gli occhi cerca di mettere a fuoco la mia figura. Io qui sotto, attendo in silenzio.

Era il 1983 e l'Italia sembrava rinascere dopo un decennio di lacrime e strade deserte. Gli anni Ottanta erano quelli in cui non potevi fare altro che divertirti perché non c'era altro da fare. Era la nuova regola della società moderna. Progresso e benessere per tutti. Mio padre se n'era andato dieci anni prima e mia madre aveva sognato quel momento per troppo tempo. La mattina si presentava sulla porta della camera con il caffè e i cornetti freschi, pronta, in un tubino rosa, per dare il suo piccolo contributo al progresso del Paese. Io mi incamminavo a testa bassa; caffè, bagno, scale, cornetto, porta, e passi frettolosamente scanditi lungo il vialetto di casa.

L'edificio universitario rimpiangeva i fasti degli anni sessanta e lo stesso facevano un pugno di professori reduci da battaglie epocali. Il '68 era lontano ma nelle giornate autunnali potevi scovare qualche nostalgico che, con il fazzoletto sul viso, asciugava due piccole lacrime.

Io no. Io degli anni sessanta non ricordo nulla se non le vacanze con le mie cugine, il carosello e il vestito rosa della mia compagna di banco. Degli anni settanta ricordo la violenza. Quella che terrorizzò l'Italia da Milano a Palermo e quella con cui mio padre spinse la mamma giù per le scale.

Da quel giorno lo rividi solo per il mio diciottesimo compleanno. Lo scorsi dalla finestra che si avvicinava al portone. Quando percepì il mio sguardo si bloccò e indietreggiando lasciò sull'asfalto umido di via Otto Settembre un piccolo pacchetto con un nastrino colorato. Da allora niente, né una telefonata né una lettera né un regalo. Scomparso, non se ne sa più nulla; mia madre non ne parla mai. Le fotografie, su per il camino.

Da allora mia madre si è fatta in quattro per farmi studiare. Finito il liceo ha insistito perché mi iscrivessi a Legge. “Tuo nonno era avvocato.” Diceva. “Il suo studio si trova proprio di fronte all'ufficio della Professoressa Luciani in Piazza Vittorio Emanuele. Io sto facendo tanti sacrifici per farti studiare. Tu diventerai un avvocato di grido!” Concludeva.

Io mio nonno non me lo ricordo, in Piazza Vittorio Emanuele non ci passavo mai perché mi inquietava quella statua di lui sul cavallo che brandiva la spada, e la professoressa Luciani la sentivo solo nominare da mia madre che si vantava di conoscere un'insegnante universitaria donna.

Restiamo lì per qualche minuto. In silenzio. Naturalmente. Fuori da quel mondo che altrettanto in silenzio ci pone in disparte. Poi un'ombra, un camice bianco, una mano le afferra le braccia, lei strattona, scalpita, ringhia e si divincola. Poi le tende della stanza mi appannano lo sguardo, un piccolo bagliore e un'ombra di braccia che sollevano un corpo. Una mano come senza vita mi saluta avvicinandosi al letto. Io qui sotto digrignando i denti attendo in silenzio.

Venne a casa nostra per la prima volta un pomeriggio d'autunno. Luciani Teresa, professoressa di Diritto Romano. Era il 1978. L'autunno del 1978. Un caffè, una punta di latte scremato, parlava del Foro Romano come se stesse descrivendo il suo desiderio più arcano, un biscotto, due chicchi d'uva, mezzo bicchiere d'acqua. Minerale. Quando rideva muoveva ritmicamente le orecchie. Prima di andarsene mi salutò con una carezza tra i capelli. Mia madre le sorrise e si diedero appuntamento per il mercoledì successivo.

Io la rividi pochi giorni dopo dietro alla cattedra dell'aula numero otto, al terzo piano dell'edificio universitario. I capelli avevano cambiato colore, il viso compunto, il corpo imprigionato dentro un tailleur grigio fumo. Due mezze gambe, due mezze calze, due scarpe con tacco. Rosa. La rividi il mercoledì a casa, e pochi giorni dopo a lezione e la cosa continuò per settimane fino al giorno dell'esame. Le foglie erano ormai quasi tutte scese dai rami degli alberi. Entrai, chiusi la porta. Lei prese un grosso libro di diritto, si alzò dalla sedia, si mise alle mie spalle e iniziò con le domande accarezzandomi i capelli.

Cammino per alcuni minuti sotto la finestra dell'Istituto, trascinando i piedi tra le foglie ancora ricoperte di rugiada. Mi avvicino alla parete dell'edificio, mi chino e prendo un sasso. Lo lancio verso l'alto contro il vetro della finestra. Indietreggio di qualche passo. Mi fermo. La tenda si muove. Un'ombra. Io qui sotto con il cuore in gola attendo in silenzio.

Durante l'inverno del '78 io e Teresa ci vedemmo spesso, sempre di nascosto, al riparo dagli occhi del mondo e da quelli di mia madre. Da allora mia madre non le sorrise più. Si vedevano sempre di mercoledì, parlavano poco; caffè e mezzo bicchiere d'acqua. Naturale. Si alzava solo Teresa e senza guardarmi usciva dalla porta.

Mia madre avrebbe voluto che io continuassi a studiare e quando arrivai a casa dicendole che avevo lasciato l'Università e volevo trovarmi un lavoro non fece una piega. Mi prese per un braccio e con tutta la sua forza mi trascinò dentro la mia stanza. Chiuse la porta a chiave. Doppia mandata. Alcune ore più tardi suonò il campanello. Riconobbi i passi, il tacco. Poco dopo intravidi sotto la porta due scarpe. Rosa. La chiave girò due volte, la maniglia si piegò verso il basso, l'uscio si spalancò dolcemente. Teresa entrò e socchiuse la porta alle sue spalle. Il giorno seguente tornai all'Università.

La tenda ondeggia. Dietro qualcuno si muove lentamente. A piccoli passi. Si aggrappa ad essa. Appare un braccio, poi la mano si stacca dal muro e apre la tenda. E' così da ventitré anni. Tutti i giorni. Lassù, al terzo piano, dove a me non è permesso di mettere piede. Io qui sotto accennando un sorriso attendo in silenzio.

Tre Novembre 1983. Quel giorno non rimasi in silenzio. Mi alzai in piedi dall'ottava fila e, tra decine di volti, sorrisi irrisori, tra decine di dita che si protendevano ad indicarmi, mi rivolsi con tutto il mio odio contro chi accusava Teresa di un amore deviato e innaturale, contro quella schifosa società moralista ed ipocrita che ci additava e ci emarginava. Lei venne accusata. Si aprì il processo. Si difese da sola. Il giudice era un uomo, gli accusatori, docenti e padri di famiglia, erano tutti uomini. La giustizia era donna ma lei perse. Non perse il processo. Perse il diritto di essere. Qualcuno tra i banchi, con un fazzoletto sul viso, asciugava due piccole lacrime

Anche lei accenna un sorriso ma lo sguardo è nel vuoto. Il cervello non pensa. Non può più pensare. Si avvicina al vetro. Appoggia la testa. E' così da ventitré anni. Tutti i giorni. Tutti i giorni, tranne il mercoledì. Il mercoledì io non vengo. Il mercoledì ci viene mia madre. A lei è concesso di salire, lassù. Al terzo piano, dove sta Teresa. Mia madre è rimasta nell'ombra. Mia madre è l'amica. Io qui sotto sono il diavolo fatto persona.

Fu dichiarata inferma di mente e venne accompagnata, vestita di un abito bianco, verso l'Istituto. La fecero scendere dall'ambulanza a spintoni, la strattonarono fino alla porta d'ingresso. Lei gridava e si divincolava, i suoi piedi sbattevano sul viale e le sue lacrime seguivano lo stesso ritmo dei piedi. Mentre la porta si chiudeva alle sue spalle lungo il corridoio con voce roca urlava il mio nome. Milena. Ai piedi due scarpe con tacco. Rosa.

Si stacca dal vetro. Indietreggia con piccoli passi. Allunga una mano. Tende il dito verso di me. Poi lo abbassa e sorride. Oggi sono un avvocato di grido.

Michele Trotter