REPORTAGES
A un ora e mezza da Moroto, capoluogo della regione Karamoja, nel nord-est dell’Uganda, sulla strada che porta verso il confine con il Kenya una diramazione sale al villaggio di Tapach, incastonato alla base del monte Moroto, circondato sulle alture da piccoli abitati in ognuno dei quali vivono non più di un centinaio di persone. Questi villaggi traggono dalla montagna il loro sostentamento grazie alle coltivazioni a terrazze poste sulle pendici. Lungo i sentieri che portano a Tapach donne e bambini avanzano con passo deciso portando sul capo le taniche colme d'acqua: il pozzo più vicino è in fondo alla valle a circa trenta minuti di cammino; qui scorre anche il piccolo torrente dove si abbeverano gli animali e si lavano le persone. Per gli abitanti dei villaggi sulle colline Tapach è il luogo degli scambi e degli incontri, il luogo dove la vita lavorativa lascia il passo a quella sociale, il loro contatto con il mondo esterno, quel mondo che attira e spaventa allo stesso tempo, al quale non vogliono essere sottoposti ma al quale allo stesso tempo non chiudono la porta.
Alcuni momenti di preghiera in solitudine e in condivisione, ripresi nelle vicinanze di Addis Abeba, aprono una pagina sulla complessa storia della Chiesa Copta d'Etiopia che ad oggi conta 36 milioni di credenti.
La temperatura tocca i 50 gradi. L'umidità sfiora l'80%. La vita scorre comunque, in questa città di frontiera su territorio etiope, che con i caratteri etiopi degli altipiani a ben poco a che vedere. Popolazioni dell'Africa Nera. Uomini e donne fieri delle proprie origini e delle proprie tradizioni alle quali ancora rimangono aggrappati combattendo contro l'influsso occidentale che qui pare frenato forse solo dal clima ostile.
Antananarivo, Betafo, Fianaranstoa, Toulear, Ankililoaka: un unico Paese, tante periferie. Dalla capitale dove la malavita spadroneggia al piccolo villaggio dove tutto è periferia e niente lo è: le storie degli ultimi nella cornice paradisiaca del Madagascar, dove – tra il verde dei campi, il rosso della terra e l'azzurro del cielo - si cela il grigio delle periferie, così dipinte per non essere notate in quanto troppo scomode da giustificare.
La strada che da Antananarivo, capitale del Madagascar, porta a sud fino alla città di Toulear si snoda sui versanti del grande altipiano che divide in due l'isola. Nella bella stagione intere famiglie si radunano nei campi circostanti la strada: è il tempo del raccolto e tutti sono chiamati a dare il loro contributo al sostentamento delle comunità.
Lungo la costa ovest del Madagascar, affacciata sul golfo del Mozambico, enormi dune bianche fanno da sfondo alla vita fatta di pesca della popolazione Vezo; le difficoltà di comunicazioni con il mondo esterno hanno preservato questa popolazione nel tempo lasciando intatta in loro la gioia di vivere pur non possedendo altro che la propria barca.
Una trentina di chilometri a sud del parco naturale dell’Isalo, nel sud-ovest del Madagascar, il fiume Ilakaka è testimone di un fenomeno sociologico sempre più frequente nell’isola rossa. La febbre blu. Da alcuni anni migliaia di malgasci si sono precipitati in massa intorno al fiume e in qualche mese hanno costruito un villaggio con baracche che sorgevano come funghi; poi è stata la volta di un secondo villaggio, poi di un terzo, e così via. Attualmente circa 50 mila persone vivono in rifugi di fortuna. Un gran numero di malgasci, contagiati da una vera e propria febbre dello zaffiro, ha abbandonato il posto di lavoro per venire qui, ma sono veramente pochi quelli che hanno fatto fortuna. La principale di queste cittadine modello far-west è Sakaraha, situata a metà strada tra il parco dell’Isalo e la città portuale di Tulear, sulla costa sud-occidentale. Sotto il sole cocente delle prime ore pomeridiane i cercatori affollano la miniera a cielo aperto, un enorme cratere con le pareti a gradoni scavato con pale e picconi da uomini di tutte le età; all’esterno le donne setacciano la terra in cerca delle pietre preziose. I cercatori delle miniere come quella alla periferia di Sakaraha, spesso si uniscono in cooperative, così che tutti abbiano di che vivere pur non avendo fortuna nella caccia allo zaffiro. Scendendo verso il centro abitato ecco apparire lungo il fiume le sagome dei cercatori più disparati e meno organizzati: donne, anziani, bambini, giovani di tutte le età setacciano pochi metri del fondale fluviale, ciascuno alternando la ricerca al lavaggio dei panni, al gioco, al riposo. I giacimenti sono sovente controllati da ricchi privati con nuove e luccicanti 4x4 o da grandi società che stanno nell’ombra. Il fatto più grave sono le continue morti; chi sotterrato dalle proprie gallerie, chi per mancanza di cure, per la dissenteria o la malaria. Lungo la strada nazionale numero sette che da Fianarantsoa porta a Tulear la vita quotidiana dei malgasci può cambiare in pochi istanti; resta da capire se con una grossa pietra blu in tasca o sotto due metri di terra.
Nascosta nei deserti del West Bank, dimenticata da tutti – perfino dalle autorità locali – sopravvive una popolazione di beduini palestinesi costretta a lottare per vivere dove nulla cresce dalla terra, dove non esistono fonti d'acqua, dove non ci sono scuole e ospedali: lottano per vivere in mezzo al deserto, è la loro terra, e anche se fatta di sabbia e null'altro è il solo posto al mondo dove si sentono a casa.
Uno degli esempi più lampanti del risultato dell'occupazione israeliana in Cisgiordani. Hebron. Negozi vuoti, strade deserte e silenziose, militari aggressivi, insulti, immondizia sulla testa, case abbandonate, preghiere sorvegliate, rastrellamenti, notti insonni, vie sbarrate, vite distrutte.
Il Karamoja, arida regione dell’Uganda nord-orientale al confine con Kenya e Sudan, è una delle zone d’Africa dove più ardua è la sopravvivenza. Il territorio è in prevalenza un altipiano tra i 1356 e i 1524 metri s.l.m., costituito fondamentalmente da savana arida, dove la piovosità è di 400-600 mm/anno e la temperatura media è superiore ai 30°C. I Karamojong, popolazione nilo-camitica delle pianure, costituiscono la grande maggioranza degli abitanti del Karamoja (più di 800 mila unità); stanziatisi nella regione durante il XVIII secolo, migrarono dall'Etiopia ed entrarono in contatto con le diversissime popolazioni del sud (del gruppo linguistico del Niger-Congo). Si differenziano pertanto dagli altri ugandesi sia per il ceppo etnico-linguistico a cui appartengono, sia per la loro vita di pastori seminomadi. Il nomadismo dei Karamojong consiste nella migrazione dei clan ogni 2-3 anni alla ricerca di nuovi pascoli; vi è inoltre un nomadismo stagionale, con migrazione degli uomini con gli animali verso i kral (pascoli di montagna) durante la stagione secca.
Due città, il dramma della guerra e quello dei campi profughi con le loro decine di migliaia di abitanti costretti ad aspettare la morte o un futuro migliore. E' la situazione del nord Uganda nei dieci anni precedenti il 2006, ossia da quando la quasi totalità della popolazione è stata chiusa in decine di campi per protezione: eppure la protezione si è rivelata un danno ancor più grande del rischio che il campo avrebbe dovuto tenere lontano.