SAGGISTICA
Si alza lentamente per non dare a vedere la precarietà del suo equilibrio. Se non sapessi che mi ama follemente direi che non può essere altro che una pazza masochista. Come un bambino che muove i primi passi si stacca dalla spalliera del letto e a piedi nudi attraversa la stanza sfiorando con la mano sinistra la parete color rosa pallido. Arrivata alla finestra alza gli occhi. Due sottili feritoie. Palpebre troppo pesanti per potersi sollevare. Pupille che non hanno più bisogno di luce. Riesco a vedere le sue labbra allontanarsi l'una dall'altra e con le mani s'appoggia al vetro protendendo il viso verso gli alberi. Il capo dondola lentamente mentre con gli occhi cerca di mettere a fuoco la mia figura. Io qui sotto, attendo in silenzio.
Mi senti?
Girati, sono io,
Povero relitto ripescato tra ferraglia sferragliante.
Di nobile gesta e di lucide scarpe
Da tempo ormai diventato troppo particolare;
Di tempo, ormai, imbottito come un fantoccio teatrale.
Da quando l'uomo in raptus disumano,
Nella tentazione di dominare invano
L'unico pezzo di terreno che fin da allora pareva sano,
Trasalendo, come avesse creato un dio,
In tentazione caduto grazie parecchio a Dio,
Dal calderone delle sue infinite possibilità,
Ma senza sprecare una mezza capacità,
Diede vita, e di morire non è buono, al tempo immortale che di cotanta disgrazia lo ripagò invano.
Non smette di piovere facilmente. Ti ritrovi nuovamente lì, con le dita appoggiate al vetro come un geco su di un muro africano. Scruti. Tenti inutilmente di trovare uno spiraglio di luce tra una goccia e l'altra, ma non ti riesce di intravedere nulla. Nemmeno i fanali delle auto si distinguono più.
Un alone di umidità si va formando sul vetro all'altezza della tua bocca, e sale lentamente; più ti accorgi di non intravedere nulla, più il respiro si fa affannoso, e più il respiro è affannoso, più l'alone sale, sale… D'un tratto non vedi più il riflesso del tuo naso, poi in basso scompare anche il mento, e a poco a poco lo sguardo si offusca, ed allora ti ergi tremulo in punta di piedi, precario come un equilibrista inesperto; e sale l'ansia ed il tuo fiato aumenta, il vetro si appanna sempre più, e ti allunghi verso l'alto avvolto da una paurosa fragilità, e non vuoi, non vuoi…
Ti blocchi. In una frazione infinitamente esile di tempo non puoi più vedere nient'altro che te stesso. Il mondo appare svuotato del suo significato di forme e di colori; solo un ibrido tintinnio risuona alle tue orecchie, e anch'esso, da che pentagramma di note silenti ed acute, si uniforma in un gracchiare persistente. Un ronzio vorticoso ti intorpidisce l'udito; più non senti il ticchettio dell'orologio ed il tempo anch'esso si annulla. Giorni come secondi, anni come ore: niente è più lo stesso.
Non basta ripararsi all'ombra degli ulivi o cercare conforto sotto il porticato che costeggia il fiume, qui il calore del sole ti brucia gli occhi e ti asciuga la gola fin quasi a soffocarti. Il destino di questo popolo è di soffrire, dicono qui, nel quartiere del mercato…
Sono già due settimane che vago per le vie di questa cittadina dell'Iraq occidentale, al confine con la Giordania, in cerca di notizie che possano chiarire a quanti ascolteranno le mie parole, le reali motivazioni dell'imminente conflitto. Mi fermo spesso al mercato: tra gli schiamazzi dei bambini e gli incalzanti richiami dei venditori passo il mio tempo colloquiando assiduamente con Rashid, il fruttivendolo, Abdel Halim, il farmacista, se così si può chiamare e con Sahana, una donna dai tratti indiani, giovane nelle parole ma segnata inesorabilmente dalle condizioni di vita del suo popolo; ma colui con il quale mi dilungo giornalmente in discorsi politici, sociali e talvolta filosofici, si chiama Shafi Raja, che in arabo vuol dire "mediatore di speranza". Ricorda molto mio fratello, forse perché svolge lo stesso lavoro o perché, come lui, ha sempre il sorriso sulle labbra, anche quando non se ne capisce il motivo.