- Trittico del maiale -
Mi senti?
Girati, sono io,
Povero relitto ripescato tra ferraglia sferragliante.
Di nobile gesta e di lucide scarpe
Da tempo ormai diventato troppo particolare;
Di tempo, ormai, imbottito come un fantoccio teatrale.
Da quando l'uomo in raptus disumano,
Nella tentazione di dominare invano
L'unico pezzo di terreno che fin da allora pareva sano,
Trasalendo, come avesse creato un dio,
In tentazione caduto grazie parecchio a Dio,
Dal calderone delle sue infinite possibilità,
Ma senza sprecare una mezza capacità,
Diede vita, e di morire non è buono, al tempo immortale che di cotanta disgrazia lo ripagò invano.
Quel signore,
Quel tipo di cenere plumbea,
Nelle sue tredici camice all'ora,
Intubato con strani fiocchi di tanto avere,
Ricucito da chissà qual sarto d'alta ingegneria,
Il quale scucito gli ha una mezza pezza per desinare,
Se ne sta lì impettito ad aspettare.
E solo quel piatto disegnatogli in faccia da un pittore mediorientale,
Ti può dire di qual morte sta per morire.
Ma se bene tu guardi, con occhi che occhi non sono,
E di altre vite ti fai pieno,
E con altri occhi se non quelli di quel uomo,
Chiaramente leggerai che non oltre visse se non oltre quelle vite.
Dimmi fratello,
Dimmi tu.
Tu che da tanta parte della barricata ti ergi felino.
Pieno d'orgoglio.
Puntato di stelle e pupazzi sgargianti.
Di aglio, yoga e riti orientali.
Tu, in doppiopetto come ormai non si usa.
Fatto di quel di cui ormai più non si abusa.
Lucido, tinto e tirato a violino nel presentare la tua nuova scusa.
Dimmi tu.
Dall'alto del tuo metro e, scusa non posso parlare perché mi si è incastrata un'auricolare in un
Orifizio,
Ma chi te l'ha chiesto di alzarti stamattina e gettarti dal terzo piano.